Regionalismo differenziato: dibattito in Consiglio regionale

Enrico Rossi: "Con gli staterelli c'è il rischio che il Paese si spezzi". Replica il Senatore della Lega Manuel Vescovi


FIRENZE- "La divisione in tanti staterelli può solo fare male all'Italia. La materia istituzionale deve mettere tutti d'accordo, non è possibile affrontare questo tema a porte chiuse, con il rischio che battaglie fatte solo per ottenere una manciata di voti facciano tornare indietro di secoli l'intero Paese". A dirlo il presidente della Toscana Enrico Rossi ieri Skytg24 nel corso di un approfondimento sul tema dell'autonomia. "Per parlare seriamente di questo argomento - ha spiegato Rossi - manca una piattaforma comune, condivisa tra le Regioni e discussa con il Parlamento. Questo andare singolarmente a trattare con il Governo non va bene e lascia spazio a tante interpretazioni. Se tutte le Regioni facessero quello che hanno fatto Lombardia e Veneto alla fine non ci sarebbe più un Paese unico e tutti potremmo solo rimpiangere di aver intrapreso questa strada". "Una richiesta di autonomia che riguarda ben 23 materie - ha aggiunto Rossi - è di fatto la creazione di tanti piccoli stati, così come la partecipazione diretta delle Regioni al gettito delle imposte locali vorrebbe dire cristallizzare la spesa storica e quindi le differenze tra un Nord sempre più ricco e un Sud sempre più povero. Vorrebbe dire far venire meno la programmazione nazionale, frammentare il Paese, aumentare le disparità tra cittadini, portare alla disorganizzazione delle istituzioni. E comunque gli staterelli non funzionano. Serve un regionalismo cooperativo all'interno del Paese e collaborativo con il resto dell'Europa". "Ritengo molto pericoloso che si conceda tanta autonomia su tante materie senza un ragionamento serio su cosa sia lo Stato - ha concluso Rossi - e sarei d'accordo su inserire un principio di supremazia dello Stato all'interno della Costituzione, per bloccare le fughe in avanti che in certi momenti le Regioni possono fare. E' necessaria una discussione seria, per definire livelli essenziali di prestazione, come avviene in sanità. Serve chiarezza su ciò che spetta a tutti i cittadini, dalla Calabria alla Val d'Aosta". Alla giornalista che chiedeva della proposta di autonomia regionale avanzata dalla Toscana, Rossi ha spiegato: "La nostra proposta sta all'interno di un rapporto di cooperazione con lo Stato. Proponiamo che se una Regione ha delle normative regionali più avanzate in un settore, ad esempio la Toscana ha una legge molto avanzata sulla tutela del paesaggio, lo Stato tuteli quelle leggi. Abbiamo chiesto che Regione e Stato si impegnino insieme per la promozione dei beni culturali e dei musei, non abbiamo chiesto la gestione diretta del nostro patrimonio culturale. In pratica chiediamo di essere coinvolti per organizzarci meglio, così come abbiamo fatto anche sul tema dell'accoglienza, non di trattenere le risorse".

"Ancora una volta-afferma Manuel Vescovi, Senatore della Lega, già Capogruppo nel Consiglio regionale della Toscana-il Presidente Rossi non focalizza l'importanza di avere una maggiore autonomia regionale, come richiesto dalle avvedute Lombardia, Veneto ed Emilia, ma evoca addirittura catastrofiche "secessioni dei ricchi". "In realtà-prosegue il parlamentare leghista-invece d'impoverirsi, la Toscana farebbe un salto di qualità e non si tratta di dividere il Paese, ma di migliorarlo, partendo dalle stesse entità regionali." "Maggiore autonomia-precisa Vescovi-non significa distaccarsi improvvisamente dallo Stato centrale, ma poter fornire servizi migliori ed efficienti ai propri cittadini." "D'altronde-conclude Manuel Vescovi-per come è amministrata malamente quest'oggi la splendida Toscana, imitare le tre predette regioni nel processo appena avviato non potrebbe che essere foriero di benessere per i toscani sempre più disorientati da un disastroso Governo regionale che, a questo punto, sta solamente tirando a campare fino al 2020"

“L'autonomia delle Regioni c'è già come pure la disuguaglianza delle cure, bisogna soltanto tornare indietro, non ci sono margini per trattare. Presenteremo una proposta di risoluzione perché il Consiglio regionale prenda posizione per bloccare qualunque richiesta di regionalismo differenziato da parte della Toscana”. Lo ha detto il consigliere regionale Sì-Toscana, Paolo Sarti, nel corso di un convegno dedicato oggi al Regionalismo differenziato, in Consiglio regionale. “La Giunta della Regione Toscana -ha osservato Paolo Sarti- nei mesi scorsi ha chiesto il regionalismo differenziato su ben 10 materie. Ora Rossi si vuole opporre. Bene che si opponga, ma sia chiaro che non c’è alcun modello toscano da proporre. La riforma è solamente da bloccare, a partire della conferenza Stato Regioni. Il regionalismo differenziato esiste già nella realtà, si pensi alla diversificazione tra le Regioni per i vaccini o alla migrazione sanitaria sostenuta dalle Regioni che ne hanno le risorse. Si deve tornare indietro”. Al convegno sono intervenuti, tra gli altri, Gianluigi Trianni, del Forum Diritto alla Salute, già direttore sanitario di Careggi dal 1995 al 2000, Massimo Villone, presidente Coordinamento Democrazia Costituzionale, Ivan Cavicchi, docente Università Tor Vergata Roma, Stefano Cecconi, responsabile sanità Cgil, Paolo Sarti, consigliere regionale di Sì-Toscana a Sinistra.

“Il pericolo -osservano gli organizzatori del convegno- è che questa autonomia normativa sia utilizzata per espandere il cosiddetto secondo pilastri, ovvero quello dei fondi integrativi, un rischio che può accompagnare il fallimento del regionalismo anche per la gestione degli appalti per la sanità e per il mercato del lavoro”. “Il problema vero -ha affermato Gianluigi Trianni- è il definanziamento a livello nazionale, prima di tutto c’è da battersi contro queste politiche. Ci opponiamo anche alle detrazioni fiscali, che rappresentano ulteriori risorse sottratte dal sistema sanitario nazionale”.

“Questa è una brutta storia -ha detto Stefano Cecconi- non solo per i contenuti che ha, ma per il contesto in cui si colloca, un contesto politico, sociale e culturale difficilissimo. Questa riforma porta avanti l’idea di secessione della comunità, di rottura dei legami sociali. Una situazione complicata dall’assenza di sponde politiche certe e forti a sinistra. Ma è una storia che arriva da lontano, non da questo Governo. Già nel 1997 organizzammo, con Cisl e Uil, un’enorme manifestazione in reazione al secessionismo leghista”.

"La giustificazione delle Regioni -ha detto Ivan Cavicchi- è uno scambio: siccome voi i soldi non ce le date, dateci più potere. Siccome non mi dai i soldi che mi servono, dammi la libertà di arrangiarmi, in un modo pericoloso. Se noi regionalizziamo le norme sulla formazione, rischiamo di avere dei medici veneti completamente diversi da quelli della Calabria, e così gli infermieri. Questo tema dei profili professionali è importante perché è quello che garantisce l'universalismo di fatto. Devi dare un medico o un infermiere uguale per tutti”.

Il professor Massimo Villone ha spiegato che ci sono due vie legali per tentare di bloccare la riforma del regionalismo differenziato, ma anche perché comunque non se ne possono attendere gli effetti nefasti: “un parlamentare che si vede impedito a partecipare ad una riforma di questa portata, può rivolgersi alla Corte Costituzionale. Dopo l’approvazione c’è la possibilità di un’impegnativa diretta da parte dei presidenti di Regione o del singolo cittadino danneggiato per un trattamento sanitario strutturalmente inferiore a quello di altre Regioni”.
“Contro il regionalismo differenziato -ha aggiunto Villone- anche il sindacato è sceso in campo, ha fatto bene ma ha fatto tardi. Si regionalizza il personale scolastico, ma anche ad esempio la sicurezza sul lavoro. La domanda è: ma il sindacato nazionale esisterà ancora dopo tutto questo?"

Redazione Nove da Firenze