La lentezza della giustizia italiana è una ferita aperta che alimenta, da decenni, una profonda frustrazione. Per chi attende una sentenza, la parola "riforma" suona solitamente come una promessa di efficienza. Tuttavia, il referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2026 non riguarda la gestione delle scartoffie, o l'assunzione di nuovi cancellieri. Gli elettori sono chiamati a decidere su una trasformazione dell'architettura istituzionale del Paese. Poiché si tratta di tecnicismi, la domanda è d’obbligo: la riforma è davvero la chiave per sbloccare i tribunali, o è uno strumento per ridisegnare gli equilibri di potere a scapito dell'indipendenza della magistratura?
Il primo paradosso di questo intervento legislativo riguarda l'efficacia pratica per l'utente finale. La legge, approvata dal Parlamento il 30 novembre 2025, viene presentata dai sostenitori come la via maestra per il "giusto processo". Eppure, analizzando i testi, emerge una realtà diversa: la modifica costituzionale agisce sulla gerarchia e sull'organizzazione degli organi, non sui problemi strutturali. Secondo Alessandro Nencini, presidente del comitato toscano "È giusto dire NO" e già presidente della Corte d’Appello di Firenze, la riforma ignora deliberatamente la carenza di personale amministrativo, la mancanza di magistrati e la cronica scarsità di risorse. In altre parole, la durata dei procedimenti non diminuirà di un solo giorno attraverso queste modifiche.
“Vogliamo spiegare ai cittadini cosa c’è dietro questa riforma, una riforma che di fatto non riforma niente. Una riforma che non serve ai cittadini e non fa diminuire di un giorno la durata dei processi” dichiara Alessandro Nencini.
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La riforma propone di rivoluzionare l'autogoverno della magistratura attraverso tre pilastri: lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (uno per i giudici, uno per i PM), l'introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti e la creazione di una Corte Disciplinare esterna.
Dal punto di vista dei sostenitori del SÌ, come Eros Baldini (responsabile Giustizia di Forza Italia Toscana), l'obiettivo è nobile: ridare indipendenza e terzietà al giudice, sottraendo i magistrati al potere delle "correnti" interne per rimettere al centro il merito.Tuttavia, il fronte del NO intravede un pericolo tecnico gravissimo. La creazione di una Corte Disciplinare esterna evoca la figura del "giudice speciale", esplicitamente vietata dall'Articolo 102 della Costituzione. Perché questo principio è fondamentale? Perché garantisce che ogni cittadino — magistrati inclusi — sia soggetto a regole e organi predefiniti, evitando la creazione di tribunali ad hoc che potrebbero essere utilizzati per punizioni politiche o arbitrarie. Spostare il potere disciplinare fuori dall’organo di autogoverno significa, secondo i critici, distruggere l'indipendenza della magistratura.
“Si è deciso di mettere in piedi un referendum per distruggere il Consiglio Superiore della Magistratura e trasportare fuori dall’autonomia e dall’autogoverno della magistratura il disciplinare, creando una Corte Disciplinare che mi ricorda moltissimo quel 'giudice speciale' che la Costituzione vieta” ribatte Alessandro Nencini.
Il cuore politico del progetto si poggia su due pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l'introduzione della responsabilità civile dei magistrati. Jacopo Ferri, consigliere regionale di Forza Italia, ha definito questo come un "momento storico".Per comprendere la portata di queste parole, bisogna guardare indietro: la separazione delle carriere è un cavallo di battaglia che attraversa tutta la storia di Forza Italia fin dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, segnando decenni di conflitto tra potere politico e ordine giudiziario. Se per il centrodestra questa è la garanzia finale della "terzietà" del giudice (che non deve più essere "collega" dell'accusa), per l'opposizione il rischio è l'isolamento del PM. Un Pubblico Ministero separato dal resto della magistratura diventerebbe più vulnerabile alle pressioni dell'Esecutivo, specialmente nelle indagini che coinvolgono i "poteri forti".
Un punto critico riguarda il metodo. La legge è stata approvata con quattro votazioni parlamentari "a passo di fanfara", con una pubblicazione in Gazzetta Ufficiale avvenuta il giorno stesso dell'approvazione finale, il 30 novembre 2025. Questa rapidità procedurale ha spinto Alessandro Nencini a parlare di una "corsa forsennata" che trasforma il referendum in qualcosa di simile a un plebiscito. In teoria, un referendum costituzionale è un organo di garanzia: un controllo popolare per verificare se una modifica del patto fondamentale sia condivisa. Un plebiscito, invece, tende a essere uno strumento di conferma del potere di un leader o di una maggioranza. Quando il "patto costituzionale" smette di essere patrimonio comune per diventare la bandiera di una sola parte, la natura stessa della consultazione rischia di mutare.
“C’è una corsa forsennata ad andare a votare, che fa pensare più a un plebiscito che non a una consultazione seria e ponderata su una riforma che dovrebbe andare a modificare pesantemente il patto costituzionale” spiega Alessandro Nencini.
Per il comitato nazionale "Società Civile per il NO", presieduto da Giovanni Bachelet, la riforma della giustizia non è un fatto isolato. È un tassello di un mosaico più ampio che comprende il Premierato e l’Autonomia Differenziata.Secondo questa analisi, supportata da sigle come ANPI, ARCI, CGIL e Libera, l’obiettivo finale è l’accrescimento del potere dell'Esecutivo a scapito degli organi di garanzia. Indebolire l'autonomia dei giudici servirebbe a neutralizzare i controlli di legalità, in un contesto segnato anche da norme restrittive sul dissenso (come il D.L. Sicurezza). Il timore è che si stia smantellando il modello della Repubblica antifascista del 1948, basato su un equilibrio delicatissimo tra poteri che impedisce a una sola maggioranza di dominare le istituzioni.
Il dibattito pubblico è già inquinato da slogan contrapposti: da un lato l'urgenza di una riforma "Salva-Casta" (come definita dal Movimento 5 Stelle), dall'altro la retorica del "Giusto Processo" di matrice governativa.
Tuttavia, il dato più preoccupante rimane quello dell'astensionismo. In Toscana le recenti elezioni regionali hanno visto l'affluenza fermarsi al 50%. Come sottolineato dal PD Empolese Valdelsa, questo "rapporto logorato" tra elettorato e politica è un segnale d'allarme per la democrazia: il rischio è che una riforma che cambia il DNA della Repubblica venga decisa da una minoranza di cittadini. Informarsi non è solo un diritto, ma l'unico modo per evitare di modificare le fondamenta della nostra convivenza senza la certezza di risolvere, alla fine, i problemi reali che affliggono i cittadini nei tribunali.