Pedofilia: il cappio non risolve nulla

L'evocazione della giustizia sommaria non cura le ferite di una malattia senza prevenzione. Aiuterebbe invece una riflessione politica sull'accesso alle professioni che consentono un contatto sensibile con minori


Nell'Italia delle soluzioni facili, Firenze non pare immune dal virus della giustizia sommaria. E dunque: gli immigrati? Cacciamoli via tutti! Gli assassini di Duccio Dini? A morte! E i pedofili? Castriamoli. E' difficile riconoscere in queste grida popolari la città che per prima al mondo ha abolito la pena di morte.

Il paradosso è che la Questura di Firenze si fa notare per la tempestività e l'efficacia del proprio intervento in tutti i casi giudiziari citati. Eppure ieri, nei bar come sui social network, la parola d'ordine all'indirizzo del prete arrestato lunedì notte a Calenzano, era una sola: "Lapidiamolo!". E anche la nostra redazione è dovuta intervenire più volte su Facebook, per cancellare frasi indicibili nei commenti al post con la notizia.

E mentre molti politici non si sottraggono alla deriva giustizialista, senza paura di fare la fine di Berenger, il protagonista di Rhinocéros di Ionesco, proviamo invece a svolgere qualche riflessione costruttiva sul tema, che è poi la mission di ogni giornalismo.

Sia nel caso dell'assistente sociale arrestato qualche settimana fa, sia per il sacerdote in questi giorni, ciò che stupisce è l'apparente affidabilità dei soggetti arrestati nei confronti dei minori. Nel primo episodio di cronaca abbiamo a che fare con un laureato, iscritto a un ordine professionale, con l'incarico di operare nel settore minori dopo una selezione pubblica. Nel secondo episodio un anziano, che pur uscito dal seminario, ha alle spalle una vita sacerdotale, la responsabilità di comunità parrocchiali, anche come interlocutore dei servizi pubblici. Com'è possibile che soggetti così titolati si siano trasformati negli autori di un crimine spregevole, perché perpetrato ai danni di quei minori che avrebbero dovuto istituzionalmente proteggere?

Evidentemente i titoli di studio, professionali, o religiosi non offrono alcuna garanzia contro l'evenienza che la persona si riveli un molestatore, o abusatore, di bambini. Serve qualcos'altro? In quasi il 60% dei casi i reati di pedofilia si compiono in famiglia. Ma nella parte restate, spesso, la responsabilità è di soggetti deputati al contatto professionale con i nostri figli, preti, istruttori sportivi, insegnanti, operatori socio-sanitario, ecc.

Dal 2014 è stato ha istituito il Certificato penale antipedofilia, emanato in attuazione della direttiva 2011/93/UE. I datori di lavoro che intendano impiegare una persona per lo svolgimento di attività che comportino contatti diretti e regolari con minori, devono acquisire il certificato penale antipedofilia per verificare l’esistenza di condanne per i reati, o sanzioni interdittive. Ma nella selezione professionale dell'assistente sociale di Campi, che -si apprende- aveva riportato precedenti specifici, è difficile credere che il certificato fosse stato richiesto.

E tuttavia, considerando il caso del sacerdote di Calenzano, ci pare che anche questa certificazione possa non essere sufficiente. Come per i conducenti professionali, che devono essere sottoposti a verifiche periodiche sul consumo di alcool e sostanze stupefacenti, non sarebbe opportuno valutare di sottoporre chi ha contatti professionali con minori a una periodica visita psicologica per misurarne la sua vulnerabilità a patologie sessuali?

Ogni anno in Italia un bambino su 400 cade vittima di abusi sessuali e, secondo uno studio del Centro Aurora, sono centinaia i minori scomparsi ogni anno. E' arrivato il momento di prendere in serio esame il fenomeno e trovare soluzioni convincenti. Che naturalmente non hanno a che fare con il cappio del boia.

Ultima postilla per il Vaticano: quando si deciderà a condividere i dossier di cui dispone sulla diffusione di questi disturbi nel proprio clero? L'onorabilità di Santa Romana Chiesa non vale più dell'incolumità dei nostri figli.

Nicola Novelli