Nascita, metamorfosi e crepuscolo del Romanticismo

Diego Ceretta guida l’ORT in un itinerario tra Mendelssohn, Strauss e Webern, a Firenze il 7 maggio

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
03 Maggio 2026 20:24
Nascita, metamorfosi e crepuscolo del Romanticismo

C’è un filo che attraversa questo programma senza mai dichiararsi apertamente: è il tempo, inteso non come successione cronologica ma come materia viva, che si deforma, si ripensa, talvolta si contraddice. Diego Ceretta lo affronta da direttore e da costruttore di percorsi: nel suo primo triennio alla guida dell’ORT ha più volte interrogato la tradizione austro-tedesca tra Otto e Novecento, e qui ne raccoglie una sintesi non ovvia, quasi un bilancio in forma musicale.

Ceretta, classe 1996, appartiene a una generazione che ha metabolizzato velocemente il repertorio ma non rinuncia a rimetterlo in discussione. Il suo gesto è netto, leggibile, ma mai rigido: cerca una relazione concreta con i musicisti, una costruzione del suono che nasce dall’ascolto reciproco prima ancora che dall’imposizione. Non sorprende allora che al centro del concerto ci siano anche due prime parti interne all’orchestra, Emilio Checchini e Umberto Codecà. Non solisti “ospiti”, ma musicisti che incarnano una continuità sonora costruita negli anni.

Checchini, primo clarinetto dal 2019, porta con sé una curiosità musicale poco ortodossa: dal repertorio contemporaneo alle incursioni tra klezmer e prog rock, il suo suono si è formato attraversando linguaggi diversi, sempre con una naturalezza che evita qualsiasi etichetta. Codecà, primo fagotto storico dell’ORT, è invece una presenza autorevole e sedimentata: una carriera lunga, costruita tra grandi orchestre europee, che si traduce in un fraseggio ampio, solido, capace di dare peso anche ai passaggi più leggeri. Insieme, nel Duetto-Concertino di Strauss, diventano personaggi: dialogo, gioco, teatro.

Il percorso si apre però con Webern, e con un’opera che sorprende chi conosce solo il suo volto più radicale. Il Langsamer Satz è musica ancora immersa nel tardo romanticismo, densa di sentimento, quasi debordante. Nasce da una vicenda privata — un amore estivo, destinato a diventare matrimonio — e conserva quella qualità sospesa, intima, in cui la scrittura sembra respirare insieme all’emozione. È un Webern che non ha ancora spezzato il linguaggio, ma già lo tende, lo incrina appena: una soglia.

All’estremo opposto, Richard Strauss guarda indietro. Il Duetto-Concertino, scritto nel dopoguerra, è musica che si sottrae al proprio tempo: non lo ignora, ma lo aggira. C’è in queste pagine una leggerezza costruita con pazienza artigianale, quasi un rifugio stilistico. Clarinetto e fagotto si inseguono come figure di una piccola fiaba — principessa e orso, o forse due caratteri opposti costretti a capirsi — mentre l’orchestra li circonda con una trama sottile, trasparente, mai invadente. È un gioco, ma non ingenuo: piuttosto il gesto di chi, dopo aver attraversato un secolo, sceglie la misura come forma di resistenza.

Tra questi due poli, Mendelssohn rappresenta un inizio. La Prima Sinfonia è il lavoro di un adolescente che guarda ai modelli — Mozart, Beethoven — ma già prova a superarli. Non c’è qui alcuna ingenuità: piuttosto una straordinaria lucidità nel maneggiare forme e colori orchestrali, con un’energia che non ha ancora bisogno di diventare conflitto. Il do minore non è tragico, ma dinamico; la scrittura si accende nei contrasti, nei dialoghi tra archi e fiati, in una vitalità che sembra voler conquistare lo spazio più che dominarlo.Così il concerto costruisce un arco che non è solo storico: dalla giovinezza di Mendelssohn alla maturità estrema di Strauss, passando per la soglia inquieta di Webern. Ceretta lo tiene insieme senza forzature, lasciando che siano le differenze a parlare. E forse proprio lì, nelle frizioni più che nelle continuità, emerge il senso di questo viaggio.

Notizie correlate
Collegamenti
In evidenza