Mense scolastiche a Firenze: il menù delle promesse

L'ipotesi della gestione pubblica tra due pareri opposti, costati € 240.000 di consulenze

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
19 Maggio 2026 23:50
Mense scolastiche a Firenze: il menù delle promesse

Ogni giorno, nelle scuole di Firenze, si compie un rito collettivo imponente: 18.600 pasti vengono serviti sui tavoli di mense e refettori, per un totale di circa 2,8 milioni di piatti l'anno. È una macchina logistica complessa che poggia su 15 centri cottura e sul lavoro di 513 addetti. Ma dietro il vapore delle cucine e il brusio dei bambini, si sta consumando una delle partite politiche più intricate della giunta attuale. Guardando i vassoi, sorge una domanda spontanea: quanto dista la realtà dei bilanci dalle promesse fatte in campagna elettorale? E chi sta pagando, davvero, il conto di una gestione che oscilla da anni tra il sogno del "pubblico" e la pragmatica realtà degli appalti privati?

In Commissione Istruzione, il lungo percorso verso l'internalizzazione — ovvero il passaggio della gestione dalle ditte private a una società in-house (nello specifico, l'ingresso nella società Qualità & Servizi) — sembra essere arrivato al capolinea oggi. Cecilia Del Re (Firenze Democratica) non ha usato mezzi termini, parlando di una vera e propria "pietra tombale" messa su un obiettivo che era il fiore all'occhiello del programma elettorale della sindaca.

C'è un'ironia amara, sottolineata dalle opposizioni, che rende bene il clima politico: solo due anni fa, una lavoratrice delle mense apriva la campagna elettorale del PD, guidando la lista del partito. Oggi, quella stessa amministrazione invoca la "impossibilità tecnica" per giustificare il dietrofront.

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"Di tempo ne è passato da quel primo annuncio, quasi sei anni, ma non solo quel proposito non è stato fatto 'bene' nonostante di tempo ne sia trascorso, ma non è stato proprio mai fatto. [...] La risposta della giunta è stata 'Todo cambia', per parafrasare una nota canzone" dichiara Cecilia Del Re.

Mentre la maggioranza, per bocca di Beatrice Barbieri, ribadisce "piena fiducia" nell'assessora Albanese e parla di un sistema "ponte" verso il futuro, le critiche si concentrano su come questa "impossibilità tecnica" — legata al rischio di richiami della Corte dei Conti per i costi eccessivi — sia diventata lo scudo perfetto per mantenere lo status quo degli appalti esterni.

Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) ha sollevato il velo su un paradosso economico non da poco: il Comune ha speso complessivamente 240.000 euro per consulenze tecniche affidate alla società Cibusalus-Sinloc. Il risultato? Un cortocircuito logico:

  • Nel 2023 (Costo: 70.000€): Lo studio stabiliva che l'ingresso in Qualità & Servizi fosse un percorso positivo, percorribile e vantaggioso per l'amministrazione.
  • Nel 2025 (Costo: 170.000€): Gli stessi consulenti, in un secondo studio definito "conclusivo", hanno ribaltato l'esito, dichiarando che l'operazione in-house comporterebbe costi insostenibili.

Spendere quasi un quarto di milione di euro per ottenere una smentita scientifica dei propri impegni elettorali è un capolavoro di burocrazia. Tecnicamente, la Giunta spiega che i due incarichi avevano finalità diverse; politicamente, resta il fatto che il fascicolo è stato chiuso senza una data di riapertura certa.

La realtà dei numeri non aspetta i tempi della politica. Il catalizzatore dell'attuale crisi è la gara d'appalto andata deserta nel settembre 2025. Le aziende private hanno chiaramente fatto capire che i margini erano troppo stretti per garantire il servizio ai vecchi prezzi.

Il risultato è un aumento netto dei costi: il prezzo base per singolo pasto è schizzato dai 4,90€/5,20€ del 2023 agli attuali 5,90€. Questo incremento di circa un euro a piatto si traduce in un esborso aggiuntivo stimato di 2 milioni di euro annui per le casse comunali.

Qui risiede il paradosso: spendiamo di più per restare dove eravamo. Nonostante l'aumento delle risorse, l'esplosione dei costi di energia, materie prime e trasporti rischia di erodere ogni margine di miglioramento. Con 513 lavoratori in attesa di tutele e 15 centri cottura da gestire, il timore è che l'aumento serva solo a "tenere in piedi la baracca", mentre le segnalazioni di insoddisfazione sulla qualità dei pasti continuano ad arrivare sui tavoli dei consiglieri.

Nel frattempo, Palazzo Vecchio cerca di modernizzare il rapporto con le famiglie. Per superare i cronici ritardi dei bollettini cartacei, è iniziata la sperimentazione dei pagamenti via mail, con l'obiettivo di migrare tutto sulla App IO entro maggio 2026.

Se l'efficienza tecnologica è un traguardo lodevole, i consiglieri di Fratelli d'Italia, Alessandro Draghi e Matteo Chelli, hanno acceso un faro sul rischio di un nuovo "divario digitale". Il timore è che, nel nome della dematerializzazione, i cittadini meno digitalizzati vengano lasciati soli davanti a uno schermo, senza il supporto necessario per gestire un servizio che resta, prima di tutto, un diritto essenziale per i loro figli.

La vicenda delle mense fiorentine è un caso di studio su come il pragmatismo amministrativo possa logorare la visione politica. Da un lato, la maggioranza rivendica la serietà di scelte basate sulla sostenibilità economica; dall'altro, le opposizioni denunciano il fallimento di una promessa che ha attraversato sei anni di annunci e "ponti" che non sembrano portare a nessuna riva. Mentre il dibattito si infiamma tra commissioni e relazioni tecniche, i numeri restano lì, testardi: 2 milioni di euro in più all'anno e una gestione che resta privata.

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