“Ogni ragazzo che la scuola perde è un possibile rinforzo per le fila delle mafie” Così il criminologo Vincenzo Musacchio si è rivolto ai ragazzi dell’IPSSEOA “Saffi” di Firenze, sintetizzando con forza una verità scomoda: la dispersione scolastica non è un problema isolato ma un fattore strutturale che favorisce l’espansione della criminalità organizzata: “Uso spesso questa frase nei miei interventi per denunciare il danno enorme causato dall’abbandono scolastico, dal disagio giovanile e dalle disuguaglianze educative che in aree socialmente ed economicamente svantaggiate raggiungono tassi significativamente più alti rispetto alle regioni del Centro-Nord”.
Tale disparità non è solo una somma di emergenze separate, ma alimenta un circolo vizioso in cui povertà educativa e presenza mafiosa si rafforzano reciprocamente. La povertà educativa ingrassa le mafie e amplia la diffusione di una cultura organizzativa che normalizza pratiche illegali e relazioni clientelari, specialmente in alcune aree del Sud Italia come Puglia, Calabria, Sicilia e Campania. Nei quartieri con scarse opportunità formative e con scuole deboli sul piano culturale e pedagogico, la vita dei giovani è più esposta a percorsi di marginalizzazione.
L’evidenza empirica e gli studi sociologici mostrano che dove l’abbandono scolastico è elevato, aumentano anche i rischi di devianti percorsi lavorativi in nero, lo sfruttamento giovanile, il reclutamento per attività illecite e la diffusione di modelli comportamentali mafiosi attraverso l’osmosi sociale e familiare. La dispersione scolastica crea vuoti di protezione sociale che la criminalità organizzata riempie fornendo, per esempio, forme di sostegno economico immediato, opportunità di lavoro informale o senso di appartenenza.
I ragazzi “perduti” dalla scuola possono diventare esecutori materiali di reati — killer nella più drammatica delle ipotesi, estortori, spacciatori o manodopera irregolare utilizzata in reti illecite — ma anche soggetti privi delle competenze civiche e professionali necessarie per inserirsi in percorsi di cittadinanza attiva e di lavoro legale. La “mafiosità” si trasmette non solo attraverso pratiche violente ma anche tramite l’interiorizzazione di norme alternative a quelle costituzionali quando la scuola non esercita una funzione educativa forte.
Contrastare questo fenomeno richiede misure integrate che vadano oltre la denuncia e gli interventi repressivi. L’educazione alla legalità è certamente uno degli antidoti più efficaci: la scuola deve diventare un presidio di legalità, inclusione e opportunità. Ciò implica potenziare l’offerta formativa con percorsi di orientamento al lavoro, apprendistato e formazione professionale di qualità; sviluppare programmi di recupero e di tutoraggio per studenti a rischio abbandono; implementare servizi socioeducativi di sostegno alle famiglie; favorire il raccordo tra scuole, enti locali, terzo settore e imprese per creare reti di opportunità reali.
Esempi virtuosi, presenti in alcune realtà locali, dimostrano che interventi mirati di doposcuola, tutoraggio e inserimento lavorativo supportato riducono significativamente la dispersione e offrono alternative concrete ai circuiti illegali. Investire economicamente nella cultura e nella formazione è altresì indispensabile: politiche pubbliche che destinino risorse stabili a edilizia scolastica, formazione degli insegnanti, servizi di orientamento e percorsi di istruzione e formazione professionale possono ridurre le disuguaglianze territoriali.
Allo stesso tempo, servono azioni di prevenzione sociale basate su dati e valutazioni d’impatto, sostenute da ricerca accademica e da una costante attività di monitoraggio sul territorio. Gli studi di criminologia e di pedagogia sociale sottolineano che interventi precoci, nel contesto familiare e scolastico, aumentano la resilienza dei giovani e riducono la probabilità di devianza. Occorre infine tenere presente che la lotta alla mafia è innanzitutto una battaglia culturale che inizia dalla scuola.
Educare alla legalità significa insegnare la responsabilità individuale e collettiva, la conoscenza dei diritti e dei doveri, il rispetto dell’ambiente e delle istituzioni, e la capacità critica di riconoscere e rifiutare logiche clientelari. È un lavoro quotidiano che passa attraverso l’apprendimento formale ma anche attraverso attività extracurriculari, progetti sul territorio, testimonianze delle vittime di reato e percorsi di cittadinanza attiva. Solo trasformando la scuola in un luogo inclusivo, capace di valorizzare talenti e creare prospettive di futuro, si può togliere terreno alla mafia e costruire una società più consapevole, responsabile e coesa.