​Il futuro della montagna italiana e la sfida europea

I tagli al Fondo nazionale e l'impasse delle Regioni

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
08 Giugno 2026 10:55
​Il futuro della montagna italiana e la sfida europea

In Italia assistiamo a un contrasto stridente tra la celebrazione retorica della montagna e la realtà cruda dei numeri. Se da un lato le "Terre Alte" sono descritte come il cuore della biodiversità e del paesaggio nazionale, dall'altro sono colpite da una sistematica erosione delle risorse. Il paradosso è evidente: mentre la politica ne esalta il valore simbolico, i finanziamenti reali subiscono tagli drastici, passando dai 200 milioni annui del biennio precedente a una previsione che rischia di scendere sotto i 100 milioni. In questo scenario di incertezza, sorge una domanda fondamentale per la tenuta del sistema-Paese: quale futuro attende chi sceglie di restare in quota se le istituzioni non garantiscono nemmeno la stabilità dei servizi minimi?

L’allarme lanciato da UNCEM mette in luce una paralisi preoccupante. Il riparto dei fondi statali per il 2025 e il 2026 è attualmente bloccato da un pericoloso impasse nei tavoli di negoziazione Stato-Regioni. Il meccanismo si è inceppato perché le amministrazioni regionali non hanno trovato un accordo sui criteri di ripartizione proposti. Questa inerzia istituzionale è aggravata da un dato di fatto amaro: ad oggi, molte Regioni riservano alla montagna solo delle "briciole" in termini di investimenti propri.

Il rischio non è solo economico, ma strategico. Uno stallo prolungato espone il Fondo Montagna all'appetito di altri Ministeri che potrebbero dirottare le risorse non spese verso altre finalità, privando i territori di ossigeno vitale.

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"Siamo preoccupati. Non vorremmo che a forza di non spendere risorse economiche, ci sia qualcuno, anche di altri Ministeri, che ci metta gli occhi sopra. E li tolga a una montagna indebolita" spiega Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

La recente ridefinizione dei criteri di montanità introdotta dalla legge ha generato una frammentazione senza precedenti. Invece di promuovere la coesione, la nuova classificazione ha innescato un "gioco senza senso" che contrappone i Comuni inclusi a quelli esclusi. Questa manovra, di cui i territori non sentivano la necessità, ha costretto i decisori locali a sterili "giravolte e piroette" politiche per gestire il malcontento degli esclusi.

Dal punto di vista dell'analisi territoriale, questa divisione appare come un fallimento sistemico della governance. Come suggerito dalle fonti, alimentare la frammentazione premia interessi particolari a scapito della visione d'insieme, allontanando la possibilità di una strategia montana unitaria e solida.

Per rispondere all'inefficienza attuale e responsabilizzare gli enti regionali, UNCEM ha rilanciato la proposta di un meccanismo di co-finanziamento 1:1. Si tratta di un criterio di riparto basato sull'impegno certo: per ogni euro investito dalla Regione, lo Stato ne aggiunge uno equivalente. Questa proposta, sebbene presentata già in fase di discussione parlamentare della legge, era rimasta finora inascoltata.

L'adozione di questo modello garantirebbe:

  • Accountability e responsabilità: Obbligherebbe le Regioni a superare la politica delle "briciole", investendo risorse proprie per accedere a quelle statali.
  • Effetto moltiplicatore: Una Regione che investe 5 milioni vedrebbe raddoppiare l'impatto sul territorio grazie ai 5 milioni aggiuntivi dello Stato.
  • Premialità basata sull'impegno: Le risorse non verrebbero distribuite a pioggia, ma indirizzate dove esiste una reale volontà politica di sviluppo montano.

Il dibattito italiano trova un respiro internazionale nel contributo di Anci Toscana alla consultazione europea Diritto a Restare, presentata nel giugno 2026. La sfida è culturale: bisogna superare la visione della montagna come "area fragile" bisognosa di sussidi, per riconoscerla come asset strategico per la collettività.

Il "diritto a restare" non è una concessione assistenzialistica, ma un pilastro della sostenibilità nazionale. Garantire la stabilità di servizi come la sanità territoriale, la scuola e la connettività digitale tramite i fondi di coesione è l'unico modo per assicurare la tutela ambientale e la gestione dei servizi eco-sistemici.

"Bisogna superare una visione assistenzialistica. Per troppo tempo le aree montane e interne sono state considerate esclusivamente in termini di fragilità. Oggi dobbiamo invece riconoscerne il valore strategico per l’intera collettività." afferma Luca Marmo, Presidente Consulta Montagna Anci Toscana.

Il "Manifesto della Montagna Toscana" traccia la rotta per una governance moderna, individuando tre pilastri fondamentali per rendere effettivo il diritto di abitare le Terre Alte:

  • Infrastrutture materiali e digitali: Condizione necessaria per rompere l'isolamento e permettere il lavoro e l'impresa.
  • Stabilizzazione dei servizi essenziali: Sanità e istruzione non possono dipendere da finanziamenti precari, ma devono essere pilastri certi della tenuta sociale.
  • Riconoscimento dei servizi ecosistemici: Valorizzare il ruolo dei territori montani nella protezione delle risorse naturali (acqua, aria, suolo) a beneficio delle aree urbane.

La gestione della montagna italiana non è un tema di nicchia per residenti in quota, ma una questione di destino comune. I tagli alle risorse e la frammentazione normativa danneggiano l'intero sistema-Paese, indebolendo la gestione del territorio e la coesione sociale. Solo passando da una logica di emergenza a una di investimento strategico e premiale sarà possibile garantire un futuro sostenibile.

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