​Docce nel parcheggio: il diritto allo studio a Firenze

Nella residenza universitaria manca l'acqua corrente e si ricorre ai bagni chimici, nonostante i milioni inutilizzati

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
22 Maggio 2026 18:50
​Docce nel parcheggio: il diritto allo studio a Firenze

Immaginate di essere uno studente fuori sede a Firenze. Avete vinto una borsa di studio per merito, siete stati assegnati alla residenza Calamandrei, un colosso del 1974 in viale Morgagni, e la vostra unica preoccupazione dovrebbe essere la sessione d'esame. Invece, dal 16 maggio, la vostra realtà quotidiana è diventata un esperimento di sopravvivenza urbana: l'acqua corrente, un servizio che definisce il concetto stesso di civiltà, ha smesso di arrivare ai piani alti.

Il guasto al sistema di pompaggio non è solo un banale incidente tecnico. In una città che vende l'immagine del lusso rinascimentale a ogni angolo di strada, vedere quasi 500 residenti privati dei servizi igienici minimi è un cortocircuito simbolico violento. È il crollo dell'apparenza: dietro il brand "Firenze città d'arte" si nasconde una gestione del diritto allo studio che sembra rimasta ferma alla metà del secolo scorso.

La risposta dell'Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario alla crisi idrica è un capolavoro di gestione del declino. Per rispondere alla sete dei rubinetti, l'ente ha allestito 12 docce esterne e 12 bagni chimici nel parcheggio della struttura.

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L'emergenza restituisce un dato umiliante: un solo servizio igienico ogni 40 studenti. Quella che dovrebbe essere una soluzione di emergenza per poche ore è stata proposta come un assetto accettabile per giorni, trasformando una residenza universitaria in una sorta di campo profughi amministrativo nel cuore di Careggi.

"Dal 16 maggio l'edificio del 1974 che ospita quasi 500 studenti e studentesse fuori sede è senza acqua ai piani superiori. L'ARDSU ha risposto con bagni chimici nel parcheggio... Cinque giorni di emergenza igienico-sanitaria trattata come 'disagio temporaneo'. Non è una risposta adeguata: è la resa." denuncia Dmitrij Palagi, di Sinistra Progetto Comune.

Il primo istinto, davanti a un edificio che cade a pezzi, è puntare il dito contro i tagli alla spesa pubblica. Ma i numeri dicono un’altra verità, più inquietante: il problema non è la mancanza di soldi, ma l’incapacità cronica di spenderli. È la "paralisi della spesa", un’inefficienza burocratica che si traduce in rubinetti a secco. I dati del Piano degli investimenti 2024-2026 dell'ARDSU sono impietosi:

  • 28%: la percentuale irrisoria di fondi per investimenti effettivamente trasformati in cantieri.
  • 2,5 milioni di euro: quanto realmente speso nel 2024, a fronte di 8,9 milioni programmati.
  • 4,1 milioni di euro: la cifra messa a terra per gli investimenti degli anni precedenti, su un totale programmato di ben 15,3 milioni.

Avere i milioni in banca e lasciare che una pompa dell'acqua del 1974 collassi per mancanza di manutenzione non è una scelta economica; è un fallimento operativo. Per uno studente che deve lavarsi in un parcheggio, sapere che l'ente ha i fondi ma non sa come usarli è, se possibile, ancora più frustrante della povertà assoluta.

Lo stato del Calamandrei è talmente compromesso che persino i vertici dell'ARDSU ammettono che la struttura andrebbe rasa al suolo e ricostruita. Il costo stimato è tra i 12 e i 15 milioni di euro. Eppure, il tentativo di affidarsi al "salvatore" privato è fallito: il bando di partenariato pubblico-privato per la riqualificazione è andato deserto.

Perché il mercato ha detto no? La risposta è finanziaria: il modello dell'edilizia universitaria pubblica, con i suoi canoni calmierati e i suoi vincoli sociali, non è considerato "abbastanza redditizio" dagli investitori. Quando il profitto è il motore, il diritto allo studio dei meno abbienti diventa un investimento a perdere. Il risultato è un edificio "fantasma" che il mercato rifiuta e che il pubblico non riesce a gestire.

Mentre il Calamandrei agonizza, Firenze vive un boom senza precedenti di studentati di lusso. È qui che il paradosso si fa politico. Da un lato abbiamo le residenze pubbliche senza acqua; dall'altro strutture gestite da fondi d'investimento globali come Ardian (per ASAF-SICAF) o Rockfield (per Campus X), che offrono suite e palestre a prezzi da boutique-hotel.

Queste realtà, che prosperano sulla "monocultura turistica" camuffata da accoglienza studentesca, risultano spesso debitrici verso la comunità. I dati del Consiglio Comunale certificano posizioni debitorie TARI per oltre € 60.000,00 da parte dei grandi gestori privati.

E il Comune di Firenze? Non può dichiararsi estraneo. Esiste una Convenzione firmata nel 2021 tra Comune, Regione e Università che sancisce una precisa corresponsabilità nella governance di queste strutture. Il Comune è un azionista politico del sistema che sta permettendo questa deriva: da una parte si tollera il debito dei colossi finanziari, dall'altra si lasciano gli studenti pubblici nei bagni chimici.

Per tentare di arginare il disastro, oggi pomeriggio l'ARDSU ha dovuto avviare una "diaspora" logistica. Circa 268 studenti hanno accettato il trasferimento in soluzioni di emergenza della durata prevista di 20 giorni:

  • 80 alla residenza Caponnetto (Novoli);
  • 130 presso la Fondazione Ceur;
  • 58 distribuiti tra Aparto Student e Campus X.

Tuttavia, circa 160 studenti sono rimasti al Calamandrei, prigionieri di una struttura parzialmente inagibile. Questo smistamento forzato mette a nudo la fragilità dell'intero sistema toscano: il 15% dei posti letto totali della regione (731 su 4.978) è attualmente indisponibile. Non si tratta di un guasto a una pompa, ma di un sistema che opera costantemente sul filo del collasso, dove basta un tubo rotto per mandare in frantumi il diritto all'abitare.

La crisi del Calamandrei non è una fatalità tecnica. È il risultato di anni in cui Firenze ha preferito trasformarsi in un parco a tema per turisti e investitori internazionali, relegando gli studenti — quelli veri, che vivono e studiano in città — al ruolo di comparse invisibili da gestire nell'emergenza.

Riparare una pompa idrica richiede 20 giorni, ma invertire la rotta di una città che sta espellendo la sua componente studentesca richiederà una visione che oggi manca. La domanda politica è semplice: Firenze può definirsi una città universitaria se il diritto allo studio si difende con i bagni chimici nel parcheggio, o è ormai solo un albergo diffuso dove gli studenti sono relegati nel backstage senza dignità?

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