Covid-19: una Waterloo per il commercio tradizionale

Colpito oltre che dalle restrizioni dei canali di vendita fisici, anche dal canale delle vendite web che, di fatto agisce ed opera in condizioni di monopolio, trasferendo all’estero una parte importante della ricchezza generata dagli acquisti online. Confcommercio chiede controlli: "Negozi e grande distribuzione: valgano le stesse regole”. Mallegni (FI): "Cedolare secca del 10% dal 2021 e fino al 2023 a chi fa uno sconto di almeno il 40% sul canone dei fondi commerciali!"


Il Black Friday alle porte, il periodo natalizio dietro l’angolo, rischiano di trasformarsi in una Waterloo per il commercio tradizionale, colpito oltre che dalle restrizioni dei canali di vendita fisici, anche e soprattutto dal canale delle vendite web che, di fatto agisce ed opera in condizioni di monopolio, trasferendo inoltre all’estero una parte importante della ricchezza generata dagli acquisti online.

“Il problema non è impedire le vendite online, ha detto il Presidente di Confesercenti Toscana Nico Gronchi, ma garantire un mercato realmente concorrenziale, nel rispetto del pluralismo distributivo. Peraltro chi vende online, gode spesso – nel caso di piattaforme internazionali – di un fisco decisamente più leggero di quello del retail fisico. “Per questo, ha continuato Gronchi, abbiamo chiesto che Governo e Garante della Concorrenza intervengano con rapidità: siamo di fronte ad una distorsione gravissima della concorrenza, che dobbiamo correggere al più presto”.

La situazione attuale colpisce soprattutto i negozi di abbigliamento, calzature e accessori: le restrizioni hanno chiuso quasi 58mila imprese su 135 mila, imponendo restrizioni ad altre 40mila. Uno stop che non permette alle imprese di competere, nonostante i prodotti di moda siano tra quelli tradizionalmente più richiesti in occasione del Black Friday e del Natale.

“In pratica la chiusura di massa in essere, di fatto rende impossibile ai negozi partecipare ai vari Black Friday, Black Weekend, ecc. e l'on-line passa all'incasso perché circa 700 milioni di €, questa la stima a livello nazionale, verranno travasati dai negozi reali a quelli sul web solo nel periodo del Black Friday. Se la situazione attuale permanesse fino a Natale il danno sarebbe nell’ordine dei 3,5 miliardi di €, soldi che i consumatori spenderanno per regali ed acquisti di beni per casa e famiglia. Sappiamo come il commercio, tradizionale, anche dopo il lockdorn di primavera, abbia fortemente incrementato la partica dell’e-commerce, ma è bene ricordare, ha evidenziato il Presidente Confesercenti Toscana, come i primi venti siti web del commercio elettronico italiano totalizzano il 71% delle vendite e i primi 200 il 95%, perché stare primi sui motori di ricerca o fare promozioni quando non si pagano le tasse in quel paese è un po’ più semplice”. Alla richiesta di intervento a Governo e Garante si aggiunge anche la richiesta all’Europa “che deve costruire, dice Gronchi, un sistema serio e proporzionale di Webtax” ed alle regioni che “devono imporre al Governo scelte coerenti per le zone (Toscana da Arancio a Rosso in 3 giorni docet)”.

“Sta esplodendo il malcontento fra gli imprenditori del terziario, in Toscana come nel resto d’Italia. Ma più che chiedere sostegni a fondo perduto ed esenzioni fiscali e contributive in tanti chiedono di poter lavorare. Nessuno vuole l’elemosina di stato - perché questo finora sono stati i ristori -, vogliono il rispetto della dignità del proprio lavoro, vogliono poter mantenere l’occupazione, vogliono salvare le loro imprese, che di questo passo saranno destinate al fallimento”. La presidente di Confcommercio Toscana Anna Lapini non nasconde la sua preoccupazione e si fa portavoce del malessere dei colleghi di commercio, turismo e servizi. “C’è chi è stato obbligato a chiudere e ancora non ne capisce il motivo: il governo dovrebbe spiegare ad un gioielliere o ad un commerciante di pelletteria perché il loro piccolo negozio, più di un supermercato, può diventare un pericoloso luogo di assembramento nonché focolaio di Covid19”, prosegue la presidente Lapini, “per qualcuno, poi, al danno si è aggiunta la beffa: i negozi di calzature per adulti sono stati costretti a fermare l’attività ma sono stati pure esclusi dai ristori. Ed escluse dai ristori sono anche tante categorie che pure hanno visto crollare i fatturati in questi mesi, come gli agenti di commercio, i fioristi, la distribuzione automatica, gli atelier di abiti da sposa, le scuole di lingua, le professioni ordinistiche. Non vogliamo credere che per il governo siano figli di un dio minore, ma se la loro esclusione è solo frutto di una svista, si provveda subito ad integrare i codici Ateco mancanti dall’elenco”.

“Non è solo questione di codici Ateco”, aggiunge il direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni, “il fatto è che i ristori dovrebbero esserci per tutti coloro che hanno subito un danno economico da questa situazione, nessuno escluso, dipendenti come imprenditori. Se il nostro è un paese unito, deve farsi carico per intero di questa crisi, non può scaricarla solo sulle spalle delle imprese private. Il rischio è che le veda decimate, una volta che saremo fuori da questo lungo tunnel che stiamo attraversando. E perdere le imprese vuol dire perdere occupazione, ricchezza, benessere e servizi per i nostri territori. Sono in gioco la qualità della vita e dell’accoglienza, valori essenziali anche per il rilancio del turismo”. No, quindi, ai ristori assegnati per codice Ateco o per aree territoriali rosse, arancioni, gialle: “ovunque ci sono imprese e professionisti che hanno perso parte importante del fatturato. Sarebbe meglio concedere i contributi valutando la percentuale di perdita rispetto al 2019. Un parametro incontrovertibile”, dice Marinoni.

“In ogni caso”, conclude la presidente della Confcommercio Toscana Anna Lapini, “noi vogliamo soprattutto lavorare. Vogliamo tornare nelle nostre attività ed accogliere i clienti con tutte le precauzioni del caso, nel pieno rispetto dei protocolli antiCovid. Anche per noi la sicurezza è il primo principio che vale: nessuno vuole ammalarsi né far ammalare le nostre famiglie, i clienti e i collaboratori. Vogliamo e dobbiamo imparare a convivere con questa pandemia. Invece, il governo continua a chiederci di trattenere il fiato fino a che non sarà finita, senza capire che per molti di noi potrebbe essere troppo tardi…”

“Zero disuguaglianze, zero disparità, stesse regole per tutti! Chiediamo alle autorità competenti di controllare che tutte le attività rispettino i divieti imposti dall'ultimo Dpcm”. Si alza a gran voce la richiesta del direttore di Confcommercio Provincia di Pisa Federico Pieragnoli rivolta ai sindaci e alle forze dell'ordine di tutta la provincia. “Per le Zone Rosse il Dpcm 3 novembre 2020 impone la sospensione delle attività commerciali al dettaglio, sia nelle attività di vicinato che nelle medie e grandi strutture. Non si comprende allora perché i negozi dei nostri paesi e delle nostre città debbano tenere la saracinesca abbassata, mentre, come ci segnalano molti dei nostri associati, nella grande distribuzione si continua a vendere di tutto, come se non esistesse alcun divieto. Se ai negozi di vicinato viene negato il diritto di vendere un prodotto nessuno può farlo”.

Per questo l'Associazione di via Chiassatello ha inviato ai sindaci della provincia di Pisa una lettera dove si chiede espressamente di controllare che nei supermercati e ipermercati siano venduti soltanto i generi alimentari e i prodotti considerati di prima necessità. “Una richiesta che non può cadere nel vuoto e che arriva direttamente da quei commercianti e imprenditori che oltre al danno di aver sofferto mesi di lockdown, fatto investimenti per mettere in sicurezza le proprie attività e incassato una nuova chiusura forzata devono subire anche la beffa di vedere gli stessi prodotti venduti dai giganti della grande distribuzione, mentre i loro prodotti restano ammassati in qualche magazzino dietro una saracinesca tristemente abbassata” tuona il direttore di Confcommercio.

“Su questo fronte apprezziamo l'intervento del Comune di Cascina, che ha tempestivamente attivata i necessari controlli, e per questo ringraziamo il sindaco Michelangelo Betti e l'assessore al Commercio Bice Del Giudice. Ci auguriamo che anche gli altri comuni percorrano la stessa strada”.

“Una boccata di ossigeno per le attività commerciali e gli affittuari” motiva così Massimo Mallegni, Senatore di Forza Italia e Commissario Regionale, il suo emendamento proposto al Dl Ristori nel quale chiede l’introduzione di una cedolare secca del 10% per i titolari di fondi strumentali. “La misura – spiega Mallegni – si attiva in caso di riduzione dell’affitto concordata tra le parti di almeno il 40% e dura dal 2021 al 2023. È una proposta concreta per favorire commercianti ed esercenti, che così possono lavorare senza l’aggravio di un affitto oneroso e non più sostenibile, e gli stessi affittuari, colpiti di rimando dalla crisi delle attività”. La cedolare secca proposta dal Senatore di Forza Italia prevede alcuni scaglioni di progressività che permettono “di adattarsi alle differenti situazioni a seconda di quanto venga contrattata la riduzione dell’affitto. Nel caso in cui la riduzione sia superiore al 40% la cedolare cala fino al 5%”.

Redazione Nove da Firenze