Concorso a Firenze, gli studenti disegnano la città post Covid

‘Un-locking cities’ è stato promosso dal Dida con il patrocinio del Comune di Firenze per immaginare nuovi scenari per l’abitare, l’apprendimento, la mobilità, la prossimità e le nature urbane


Disegnare la città post Covid immaginando nuovi scenari per l’abitare, l’apprendimento, la mobilità, la prossimità e le nature urbane. È l’obiettivo del concorso di progettazione per studenti ‘Un-locking cities’ lanciato dal Dida-Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze (Dottorato in Sostenibilità e innovazione per il Progetto dell’Ambiente costruito e del sistema prodotto), con il patrocinio del Comune di Firenze e il sostegno del Distretto di Interni e design. A partire da cinque prospettive di riflessione, gli studenti sono chiamati a interrogarsi sugli scenari post Covid mettendo al centro il ‘progetto’ come strumento lungimirante per rispondere in modo sostenibile ai bisogni emergenziali e post-emergenziali: il progetto rappresenta infatti la sede privilegiata di ideazione e costruzione di spazi, prodotti e immaginari per la società e i singoli. I partecipanti potranno scegliere di collocare la propria proposta su uno o più topic suggeriti.

“Un’iniziativa che mette al centro del cambiamento e della futura progettazione le idee più vive della nostra comunità - ha detto l’assessore all’Urbanistica e ambiente Cecilia Del Re -. Grazie a questo concorso, saranno infatti gli studenti delle scuole e facoltà di architettura a misurarsi con l’urgenza di disegnare un nuovo modello di città: un modello orientato alla sostenibilità e alla resilienza, che possa consentire ai nostri spazi urbani pubblici e privati di rispondere in modo più efficace ai nuovi bisogni e scenari di un mondo così fragile”.

Il concorso, con scadenza 20 novembre 2020, si rivolge agli studenti iscritti ai corsi di laurea delle scuole o facoltà di Architettura e delle discipline del progetto. Sono ammessi alla partecipazione anche i neo laureati nell’anno accademico 2019/2020. È possibile partecipare singolarmente o in gruppi di massimo quattro persone. La partecipazione è gratuita e avviene attraverso l’invio dei materiali richiesti entro la data di scadenza al seguente indirizzo email: unlocking.cities@dida.unif.it. La proposta dovrà articolarsi in un elaborato grafico e in un testo di accompagnamento non più lungo di 5mila battute (spazi compresi). L’elaborato grafico può essere realizzato con tecniche manuali, digitali o multimediali; sono dunque accettati: concept, disegni tecnici, fotografie, collage, illustrazioni, render, schizzi, poster, video podcasting o eventuali proposte alternative. Per la proposta prima classificata è previsto un premio di 500 euro. Per le prime 10 proposte: selezione di pubblicazioni edite da DIDAPress. Per le proposte selezionate: mostra espositiva nella sede della Scuola di Architettura di Firenze di Santa Teresa, compatibilmente con le future disposizioni relative all’emergenza Covid 19; gallery online sulla pagina web dedicata al concorso all’interno del sito del DIDA Dipartimento di Architettura; pubblicazione delle proposte selezionate a cura del DIDAPress; assegnazione di tre crediti formativi (Ects); attestato di partecipazione. (sc)

Le tracce di progetto

1. La città tra le mura di casa: come progettare le contaminazioni degli spazi dell’abitare?

L’isolamento e l’impossibilità di frequentare i contenitori e gli spazi urbani hanno comportato la compressione e contrazione delle attività quotidiane all’interno della propria casa, trasformando la cucina in un’aula scolastica, il salotto in uno studio professionale, la camera in una sala attrezzata a palestra, la terrazza in un giardino o addirittura un piccolo orto. Durante la pandemia le persone si sono riappropriate anche di altri spazi, spesso dimenticati e soggetti a incuria, che vanno oltre all’alloggio privato, ossia i luoghi filtro rintracciabili nei pianerottoli condominiali, nelle coperture, nelle terrazze, nei balconi e nelle corti. Le nuove necessità dell’abitare pongono al centro gli spazi della casa e quelli di transizione tra il pianerottolo e la strada, richiedendo agli architetti di rispondere a usi inediti per rendere flessibili gli ambienti rigidi e minimali esistenti e di disegnare nuove forme di domesticità del futuro e di dialogo tra la sfera intima e collettiva. La sfida riguarda la casa come tessera del sistema del welfare e il suo valore come servizio e infrastruttura sociale.

2. Luoghi e forme di apprendimento: come la scuola si proietta al di fuori dell’aula? Il diffondersi del virus ha comportato lo svuotamento degli spazi deputati all’apprendimento che, a causa delle necessità di distanziamento, hanno rivelato le loro intrinseche criticità dimensionale-funzionali e le loro carenze organizzativo-qualitative. Con fatica l’anno scolastico è stato portato a termine a distanza, mostrando da un lato le potenzialità delle nuove tecnologie e dall’altro i limiti dell’assenza di socialità e del confronto diretto che comportano un impoverimento del servizio e del ruolo istituzionale della scuola. Il ritorno tra i banchi a seguito di questa parentesi traumatica può segnare un’opportunità di profonda ridefinizione degli spazi educativi e di riflessione sulle dinamiche relazionali di cui la scuola è il contenitore fisico, muovendosi specialmente nella direzione delle innovative forme di didattica in spazi esterni come i parchi, i teatri, le biblioteche, immaginando nuove modalità di apprendimento e di gestione delle strutture più dinamiche e interattive.

3. Mobilità e nuove forme di interazione: come cambieranno i nostri spostamenti? Il “nuovo stato di normalità” che la pandemia ci ha lasciato ci suggerisce di ripensare alla mobilità sia nelle sue dinamiche tradizionali che di nuova invenzione. A queste si connettono riflessioni sulle conseguenze ambientali per il pianeta, sul ruolo dei trasporti pubblici e della sharing mobility e infine sullo smart working come strumento per regolare la congestione dei trasporti e del traffico urbano. Abbiamo l’opportunità per intraprendere un cambio di rotta in favore della mobilità slow, riflettendo sulla qualità e quantità dei nostri spostamenti e definendo nuovi comportamenti sociali. La progettazione di nuovi sistemi e modelli di mobilità sostenibile richiede l’elaborazione di dispositivi sociali e tecnologici in grado di far fronte alle nuove esigenze di interazione e connessione, ponendo particolare attenzione alla pedonalità e ciclabilità, superando così la visione consueta della strada come asse percorso da automobili e avviando sperimentazioni verso l’idea di “città del quarto d’ora”.

4. Prossimità e distanze spaziali: quali nuovi significati urbani e sociali? Con il mutamento dei concetti di lontano e vicino, sicuro e insicuro, lecito e illecito, l’emergenza sanitaria ha imposto nuovi margini di prossimità nelle città, tanto nei rapporti sociali quanto in quelli fisico-funzionali. Il distanziamento ha condotto a comportamenti inconsueti nelle relazioni interpersonali e a inediti sconfinamenti tra aree a destinazione pubblica e privata nelle strade, piazze, parchi, spiagge, ecc. Superate le fasi più allarmanti della pandemia, abbiamo assistito alla variazione degli scenari percettivi e alla produzione di alternativi usi e disegni dello spazio aperto collettivo. Il progetto futuro di quest’ultimo dovrà considerare, costruire e significare le nuove interferenze spaziali e relazionali: aree di pertinenza o di soglia, restituite o sottratte al cittadino, e spazialità ibride che parlano di una diversa normalità post-crisi segnata dalla riformulazione dei confini (più rigidi o più labili, tra corpi, tra luoghi e tra destinazioni pubblico/private, oltre che tra rispettive forme di negoziazione), delle prossemiche e delle abitudini anatomiche nella città fisica e sociale.

5. Nature urbane e nuovi equilibri ecosistemici: quale ruolo futuro per gli spazi aperti? La recente esperienza ha messo in luce il valore e il ruolo degli spazi aperti a tutte le scale nella nostra vita quotidiana, mentre i paesaggi urbani fuori dalle nostre case sono stati caratterizzati da più evidenti ‘presenze’ vegetali e animali – migrazioni botaniche e animali selvatici – aumentando la percezione del valore delle componenti ecologiche urbane come risorsa di biodiversità. Si impone un ripensamento degli equilibri dei nostri habitat, attraverso dispositivi progettuali capaci di favorire l’interazione delle componenti ecologiche con il nostro ambiente di vita e promuovere la funzionalità sociale degli spazi aperti delle nostre città, dalla scala strategica a quella di dettaglio. Questo si può tradurre in nuove reti e sistemi, implementazione delle risorse di spazi esistenti, ideazione di nuovi dispositivi che favoriscano l’aumento di biodiversità, dunque riflessioni e proposte in ottica eco-sociale su nuovi usi e ‘abitanti’, animali o vegetali, dello spazio aperto.

Redazione Nove da Firenze