Il teschio di Hirst e l'arte a Firenze

L'opera dell'artista britannico esposta a Palazzo Vecchio, mentre la critica si divide sulla qualità e rilevanza dell'evento.


Damien Hirst è, probabilmente, il più importante artista del Regno Unito, o meglio il più conosciuto del gruppo Young British Artists. La sua veloce ascesa durante gli anni Novanta è strettamente legata alla vicinanza e promozione da parte del collezionista e pubblicitario anglo-iracheno Charles Saatchi, anche se le continue frizioni tra i due portarono nel 2003 alla fine della proficua collaborazione.

La morte è il tema centrale delle sue opere. È noto soprattutto per una serie di opere in cui corpi di animali, come squali-tigre, pecore e mucche, sono imbalsamati ed immersi in formaldeide. Manifesto della sua poetica è “The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living” consistente in uno squalo tigre di oltre 4 metri posto in formaldeide dentro una vetrina. Quell'opera divenne il simbolo dell'arte britannica degli anni Novanta. La vendita dell'opera nel 2004, ha reso Hirst l'artista vivente più caro dopo Jasper Johns. “For the love of God” è costata 14 milioni di sterline per produrla, e fu posta in vendita alla galleria White Cube di Londra al prezzo di 50 milioni di sterline, che sarebbe stato il potenziale prezzo più alto mai pagato per un'opera di un artista vivente.

Nei prossimi giorni, forse, migliaia visitatori saranno a Palazzo Vecchio per vedere il teschio. Un interesse mosso anche dalle recenti polemiche che hanno preceduto l'evento. Miglior promozione non poteva avere la mostra di Hirst. D'altra parte l'artista britannico è un ottimo comunicatore e il pubblico è attratto da quello che è o dovrebbe essere un evento straordinario.

Al di là della comunicazione dell'ufficio stampa della mostra e delle istituzioni che l'hanno promossa e voluta, la critica è, in buona parte, in disaccordo sulla qualità e l'importanza dell'evento. Tralasciando volutamente, le polemiche politiche e amministrative sollevate dall'opposizione e che avranno, nei prossimi giorni chiarimenti o eventuali sviluppi, ci preme sottolineare le posizioni dei critici.

Per Bonito Oliva il teschio in Palazzo Vecchio è un'idea solo mediatica, per attrarre tanta gente che ci andrà, però, come andrebbe a vedere dei gioielli di Swarovski, mentre a proposito di Hirst afferma: “L'artista non ha più molto da dire: gli animali sotto formalina per i quali l' artista inglese è diventato famoso, erano alla Biennale di Venezia nel ' 93, quasi vent' anni fa. Opere interessanti, all' epoca di un artista che aveva capito come per dire qualcosa non fosse più necessario dipingere o scolpire ma semplicemente spostare qualcosa da un piano a un altro, dalla scienza all'arte”. Secondo l'autorevole critico: “Hirst artista è diventato soprattutto una fonte di investimento finanziario”, ed il teschio di diamanti è stato “un suo modo di riconoscere che nell' arte ormai anche la morte è solo forma, oggetto da vetrina, monetizzabile”.

Negativo anche il giudizio di Philippe Daverio che definisce la mostra di Palazzo Vecchio: “Un' operazione culturale nulla, pensata solo pour épater le bourgeois con un'opera arcinota che non dice più nulla a nessuno, Firenze è caduta in trappola dimostrando la sua totale inconsistenza nel campo dell' arte contemporanea”.
I giudizi non sono certo lusinghieri e anche al livello internazionale non sono proprio benevoli.
E' il caso della nota studiosa e critica d' arte statunitense Barbara Rose che intervistata lo scorso anno dal Corriere della Sera a proposito della crisi economica e il mercato dell'arte aveva dichiarato “La crisi economica? È fantastica. Rimarranno solo i veri artisti”. E a propositi di alcuni artisti molto quotati giudicava Koons, Hirst, Cattelan sopravvalutati, affermando: “Vogliono fare impressione, ma lo choc non dura nel tempo. I nipotini di Duchamp hanno rovinato l’arte”.


A parte queste riflessioni critiche, riteniamo che sarebbe stata più significativa una mostra dedicata all'itinerario artistico di Hirst piuttosto che a una singola , eppur famosa opera dell'artista britannico.

L'intenzione degli organizzatori, sembra essere quello di esporre un'opera contemporanea importante in una città come Firenze, poco incline ad accogliere, anche a livello istituzionale opere d'arte contemporanee.
Se comunque va sottolineata una recente e maggiore vivacità riguardo al contemporaneo a Firenze, con le iniziative di Palazzo Strozzi, del Museo Marini e del Centro d'arte contemporanea Ex tre, manca a Firenze una collocazione museografica delle opere del secondo Novecento.

Firenze città straordinaria, città dei musei, ha per così, dire una lacuna. A Firenze dalla metà del secolo scorso agli inizi del nuovo secolo, hanno operato artisti quali Vinicio Berti, Fernando Farulli, Alberto Moretti, Riccardo Guarneri, Roberto Barni, Giuseppe Chiari, Mario Fallani, Sergio Scatizzi, e molti altri di ottima qualità che sono presenti nelle storie dell'arte di autorevoli studiosi, quali Lara Vinca Masini, Gillo Dorfles, Antonio Del Guercio e Giovanna Uzzani, ma non hanno una collocazione museale. Ai numerosi studenti d'arte che da ogni parte del mondo vengono a studiare la nostra città, Firenze appare straordinariamente ricca di testimonianze storico artistiche sino forse all'immediato dopoguerra, per perdersi in un vuoto museale che non da conto del ricco humus artistico di una città che continua e ha continuato a creare ricerche artistiche di qualità. Sarebbe auspicabile creare un museo del secondo Novecento, per colmare un vuoto storiografico, che appare ancora più evidente, quando ci si apre alle esperienze dell'arte contemporanea italiana e internazionale.

di Alessandro Lazzeri

Redazione Nove da Firenze