Presentato a Firenze Storia delle Merende Infami, il libro controinchiesta dell’avvocato Filastò


Firenze – Nella controinchiesta di Nino Filastò che smonta alla radice gli ultimi quindici anni di indagini sul mostro di Firenze, i veri protagonisti in negativo sono gli inquirenti, ovvero il processo all’italiana che, per quanto a distanza, conserva salde radici nelle pratiche famigerate della Santa Inquisizione.

In questa Storia delle Merende Infami (Maschietto editore, pagine 447, € 19 ) presentata oggi alla stampa alla libreria Seeber di Firenze, Filastò prende esplicite distanze da quanti oggi mandano facilmente alla sbarra i magistrati a tutto vantaggio di un vasto malcostume in doppio petto, ma non si concede scrupoli quando si tratta di mettere sotto inchiesta l’inchiesta più lunga (ben 36 anni) dell’intera storia nazionale.

Filastò, penalista, saggista, romanziere, è il difensore del postino Mario Vanni che sta scontando l’ergastolo per alcuni (perché non tutti?) dei 16 delitti accertati del mostro di Firenze. Conosce dunque le pieghe più intime del processo di cui cita nel libro fatti precisi e circostanze. Ne ricostruisce gli eventi con l’aiuto di due investigatori da lui stesso ingaggiati, ne sottolinea in dettaglio le clamorose contraddizioni, le forzature, i passaggi illogici, i contorcimenti, i vuoti inspiegabili, le cecità più o meno volute e conclamate. E denuncia senza giri di parole le libertà inaccettabili che la pubblica accusa spesso si è concessa.

L’aspetto paradossale della questione, ricorda Filastò, è che gli elementi che hanno impresso all’inchiesta una svolta decisiva (dal serial killer isolato ai compagni di merende e poi alla setta satanica che ha finito per coinvolgere anche la procura di Perugia) in alcun modo reggono a un vero esame. Tant’è che nella sola circostanza in cui sono stati messi alla prova (il processo d’appello Pacciani) sono stati fatti a pezzi da giudici finalmente attenti e da una sentenza rigorosa.

La svolta, spiega l’avvocato, nasce in realtà da una tesi cervellotica quanto preconcetta che contraddice ogni esperienza in materia di omicidi in serie, nonché le perizie dei più affermati criminologi, FBI compresa, in cui si afferma che l’omicida è appunto un lupo solitario, sessualmente disturbato. Anche Filastò è di questa idea. Per di più, a suo giudizio, tutto lascia credere che il killer abbia avuto a che fare, in qualche modo, con le forze dell’ordine o, quanto meno, accesso a informazioni riservate. Certi fatti, dice, non si spiegano altrimenti.

Resta dunque un mistero perché le indagini si siano indirizzate verso un’inattendibile combriccola di cerebrolesi di paese (i famosi compagni di merende), poi verso oscuri orizzonti esoterici fatti di sette e satanismi non meglio precisati, dando soprattutto ascolto a schiere di augusti quanto provati ciarlatani. Il momento della svolta coincide con l’assoluzione del fu Pietro Pacciani al termine di un processo d’appello in cui lo stesso PM mise a nudo la pochezza dei capi d’accusa. Poiché il sanguigno e per niente sessuofobico “lavoratore della terra agricola” non corrispondeva in nulla all’identikit del mostro, ecco allora spuntare la tesi dei delitti di gruppo e una gola profonda, tal Lotti (oggi defunto), pronta a confessare. Un poveretto con poco sale in zucca plagiato e coccolato dalla polizia? Filastò non ha dubbi: è andata proprio così.

Da questo momento entra dunque in ballo una corte dei miracoli fatta di poveretti psicolabili, prostitute ubriacone, maghi indovini e fattucchiere varie, sedicenti esperti, pitonesse di un giornalismo da truce avanspettacolo, uno zoo inqualificabile pronto a corroborare il preteso movente legato al gruppo e al danaro. I compagni di merende uccidono su ordinazione. Di chi? Di un maniaco solitario o di una équipe di mostri ricchi e perversi? E perché non di una setta, magari venuta a patti col diavolo? L’inchiesta non trova una sola prova, in compenso finisce per avvitarsi su se stessa e ogni passaggio rimanda ormai a giustificazioni sempre più irreali. Per Filastò è un delirio da cui nessuno ce la fa a salvarsi.

Di questa caccia alle streghe il risultato più evidente è la condanna del postino Vanni, sempre più immerso nel torpore dei suoi cent’anni di solitudine, mentre gli inquirenti rinunciano ai riscontri più elementari. Per nessuno degli imputati si chiede la perizia psichiatrica, si da credito a millantatori pronti a improvvisi e nitidi ricordi a più di un decennio dagli eventi, salvo non tenere in conto concreti contributi, perché magari non combaciano con la teoria. Clamoroso, ad esempio, quanto accadde dopo il doppio delitto di Montespertoli (1982): i volontari dell’ambulanza che soccorsero le vittime dissero di averle trovate sul sedile posteriore solo per essere tenacemente contraddetti dalla polizia benché arrivata molto dopo.

L’amara verità, conclude Filastò, è che sul vero mostro nessuno ha mai realmente indagato.

Venerdì 25 febbraio, ore 21,30, la libreria Seeber ospiterà la presentazione al pubblico di Storia delle Merende Infami. Oltre a Filastò parteciperanno Franco Camarlinghi, Italo Mereu e Giovanni Pallanti.

Redazione Nove da Firenze