Il Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo, da oggi fino al 4 settembre in prima visione assoluta al museo Horne di Firenze


E’ stata finalmente inaugurata, nei nuovi locali ‘sotterranei’ recentemente ristrutturati del Museo Horne, l’attesa esposizione di un crocifisso ligneo di piccole dimensioni, attribuito da Giancarlo Gentilini al giovane Michelangelo, al quale si affiancano, per consentire in maniera diretta tutti i necessari confronti stilistici ed anatomici ai visitatori, altri due crocifissi: l’uno, ad opera di Giuliano da Sangallo, databile intorno al 1490; l’altro, pertinente a Baccio da Montelupo, realizzato verso il 1495.
Nella sua Proposta per Michelangelo giovane: un piccolo Crocifisso in legno di tiglio, lo studioso riesce a dissipare con sicurezza quasi tutti i dubbi e le obiezioni di larga massima imposti dalla prudenza in casi di questo genere. Né il silenzio delle principali fonti cinquecentesche – Vasari e Condivi – né le dimensioni ridotte dell’opera, in effetti, costituiscono ovviamente seri argomenti contro l’attribuzione, mentre il confronto serrato e competente con altri crocifissi devozionali in legno, ad esso coevi, e con altre opere di sicura autografia michelangiolesca quali, in particolare, il Crocifisso di Santo Spirito e la Pietà della Basilica Vaticana, che Gentilini sottopone all’attenzione degli osservatori, invitano senz’altro ad accogliere la sua proposta. Non a caso l’ipotesi attributiva prospettata dallo studioso, che certo non mancherà di suscitare un lungo dibattito tra gli studiosi, è stata sostanzialmente accettata da Antonio Paolucci, Luciano Bellosi e Massimo Ferretti anche se i contributi di maggior rilievo a sostegno di essa giungono indubbiamente dalle Ricerche storiche e tecnoscientifiche, apprestate da un esperto quale Umberto Baldini, dalla Relazione sull’esame alla tomografia computerizzata dei tre Crocifissi, per cura di Marco Fioravanti e infine dalla Relazione delle ispezioni anatomiche sui tre Crocifissi approntata da Massimo Gulisano e Pietro Bernabei. E’ dallo studio di Baldini, infatti, che ricaviamo, innanzitutto, la convinzione di trovarci dinanzi a un’attribuzione sostenibile dal punto di vista cronologico, dal momento che il crocifisso in questione presenta tutte le caratteristiche relative alla tecnica compositiva dei crocifissi lignei, per ‘commettitura di pezzi’, in uso tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, quelle stesse che furono già rilevate alcuni anni or sono dallo stesso Baldini come proprie, appunto, del Crocifisso di Santo Spirito; la forbice, sulla linea immaginaria del tempo verticale, beninteso, resta ancora molto larga, ma mettendo a frutto anche la ricca messe di informazioni ricavabili dalle relazioni tecniche poco sopra menzionate, Baldini mostra come l’attribuzione del nostro Crocifisso in legno di tiglio a Michelangelo s’imponga – se mi si passa la metafora scacchistica – con la forza evidente di un ‘matto forzato’. Le conoscenze anatomiche ch’esso rivela sono talmente precise, soprattutto a riscontro di quelle desumibili dagli altri, pur pregevolissimi, realizzati da Giuliano da Sangallo e Baccio da Montelupo, da ridurre oggettivamente al lumicino i margini del dubbio, qualora si tenga in debito conto la profonda esperienza diretta nelle ‘cose di notomia’, com’è notoriamente testimoniato da tutte le più autorevoli fonti cinquecentesche sul Buonarroti.
"In quanto medici e anatomisti – scrivono Gulisano e Bernabei nel loro preziosissimo contributo scientifico sul Crocifisso attribuito a Michelangelo – siamo in grado di affermare con certezza che l’autore conosceva alla perfezione l’anatomia umana per diretta e prolungata esperienza settoria e che aveva una grandissima capacità di rappresentarla con precisione", mentre di una tale conoscenza essi non trovano riscontro negli altri due bellissimi crocifissi da oggi esposti al Museo Horne. Un confronto diretto tra il Crocifisso di Santo Spirito e il nostro in legno di tiglio – possibile per chiunque da oggi fino ai primi di settembre – si dimostra, a mio avviso, particolarmente convincente ai fini dell’attribuzione, per quanto Gentilini ritenga più pertinente un accostamento alla Pietà della Basilica Vaticana.
Una volta accoltane l’attribuzione a Michelangelo, si apre per il Crocifisso in legno di tiglio il problema della sua collocazione cronologica e se esso appare posteriore a quello di Santo Spirito (1492-93 ca.) – se non altro per il mirabile ripensamento che indusse il Buonarroti a correggere la positura del capo del Cristo morto rappresentato nel Crocifisso da oggi al Museo Horne, così come viene descritto e spiegato da Baldini – è comunque indubbiamente anteriore alla Pietà romana, databile al più presto, secondo Hirst, entro il 1499 e comunque conclusa entro la fine del primo soggiorno romano dell’artista che si chiude nei primissimi mesi del 1501. Nulla però sappiamo, almeno per il momento, sulla committenza o la destinazione dell’opera e nessun appiglio documentario, dunque, può aiutare una ricerca volta a determinarne la datazione. Propenso a collegarne la realizzazione agli anni del governo savonaroliano, Gentilini la colloca verso il 1495, anno in cui venne insediata a Firenze la nuova Signoria, secondo i dettami del frate domenicano, il 26 di giugno. Ma se, da una parte, l’adesione di Michelangelo ai piagnoni mi sembra, ancor oggi, tutta da dimostrare, non potendo essere dedotta unicamente dalla tarda biografia del Condivi, sempre piuttosto infida là dove affronta i rapporti del Buonarroti con il potere politico oltre che da pochi, incerti accenni riscontrabili nel Carteggio; dall’altra bisogna tenere presente che, proprio nel 1495 egli si trovava ancora a Bologna, evitando anche in seguito di rimanere a lungo nella città durante gli anni del governo savonaroliano e preferendo anzi trasferirsi, nientemeno, che nella Roma di Alessandro VI che scaglierà di lì a poco la scomunica su Fra’ Girolamo. Se Giancarlo Gallino ha comprato il Crocifisso da una innominata ‘famiglia fiorentina’ si può supporre, forse, che l’opera fu realizzata dal Buonarroti a Firenze e che non abbia mai lasciato, da allora, la città. Se così fosse, essa andrebbe collocata piuttosto prima della caduta di Piero di Lorenzo de Medici nel novembre del 1494, e quindi a breve distanza dal Crocifisso di Santo Spirito, o magari entro la prima metà del 1496. Ma siamo com’è ovvio nel dominio delle libere supposizioni ed è assai probabile che la questione della datazione dell’opera darà filo da torcere agli studiosi di Michelangelo.
[Simmaco Percario]

Redazione Nove da Firenze