Stasera al Teatro Verdi "O Primeiro Canto" dal Portogallo


Dulce Pontes, nata nel 1969 a Montijo, piccola città sull’estuario del Tejo in Portogallo, è la voce lusitana più rappresentativa del panorama attuale, assieme a Maria Joao e Teresa Salgueiro dei Madredeus. La sua carriera, iniziata nel 1988, decollò nel 1991 quando la Pontes vinse il Portuguese Song Festival cantando "Lusitana Paixao"; da allora è stato un rapido succedersi di trionfi (dal primo album del 1992 intitolato "Lusitana" a "Lagrimas", pubblicato in numerosi paesi riscuotendo ovunque uno straordinario successo). Non trascurabile la collaborazione con Ennio Morricone per la colonna sonora del film "Sostiene Pereira"; tra l’altro con il maestro italiano Dulce ha in ponte un’ambizioso progetto. Dotata di una voce che è in sé un meraviglioso strumento, ma al quale sa aggiungere infinite sfumature interpretative che traggono spunto tanto dal patrimonio tradizionale portoghese (dalle scure e profonde tonalità del fado ai più aggressivi e acuti timbri che vanno dai cori di Coimbra alle cantigas delle terre di Beirra Baixa e Alta) quanto dalla vena nativa delle aree di influenza coloniale (Brasile, Capoverde, Africa e Medioriente) si può dire che questa esile, sinuosa, raffinatissima e stilisticamente onnivora cantante, condensi mille mondi espressivi in una coerente raffigurazione vocale. Ne è testimonianza il suo ultimo album, O Primeiro Canto, nel quale rappresenta musicalmente i quattro elementi. "Un disegno così esteso e preciso –ha dichiarato Dulce- che aveva a che fare con il mistero delle cose e che mi ha permesso di portare alle estreme conseguenze l’umore timbrico di ogni brano". Perciò ha chiamato a collaborare una schiera di musicisti di svariate estrazioni che guida dentro i canti con straordinaria efficacia. Da Wayne Shorter a Kepa Junkera, abile suonatore di organetto basco (trikitritxa), da Waldemar Bastos, l'artista angolano scoperto da David Byrne, a Maria Joao.
Anche questa volta la Pontes ha composto quasi tutto il suo materiale, ne ha curato gli arrangiamenti, con combinazioni di insoliti strumenti e chitarra portoghese: dall'arpa del Madagascar (valiha) al flauto arabo (ney), dalle cornamuse irlandesi alle tabla di Trilok Gurtu.
Il tutto rappresenta un felice tentativo, in perfetto equilibrio tra rispetto e trasgressione, per individuare le radici della musica popolare.

Redazione Nove da Firenze