Suzanne Vega, grande successo al Pistoia Blues

Entusiasmante ritorno della poetessa del rock, con una grande successo al Pistoia Blues, nella prima delle quattro date estive italiane, che termineranno il 20 luglio alla Cavea Auditorium di Roma in occasione della serata Femminile Plurale.


PISTOIA - A quasi trent’anni dal debutto con l’omonimo Suzanne Vega, e la successiva consacrazione, con l’album Solitude standing, Suzanne Vega non ha persa la voglia di cantare e regalare emozioni rivestite di note musicali.

Preceduta da Joan as Police Woman, sua “gemella cattiva” di New York, Vega si è esibita sul palco pistoiese con un concerto in linea con la sua sobrietà di musicista folk-pop venato di rock: accompagnata soltanto da Mike Viscelia alla chitarra, e Doug Yowell alla batteria, ha suonati alcuni brani ormai storici, fra cui Luka, Small blue thing, e Marlene on the wall, accanto a una serie di nuove canzoni tratte dall’ultimo album Tales from the Realm of the Queen of Pentacles, uscito pochi mesi fa.

Il concerto è stato una sorta di viaggio antologico nella produzione di Vega, che dal 1985 a tutti gli anni Novanta ha guardato all’America delle solitudini urbane, per poi aprirsi all’entusiasmo della maturità.

In quella metà degli anni Ottanta ipercolorati e saturati di suoni elettronici, Suzanne Vega conquistò l’attenzione del pubblico più raffinato grazie alle sue atmosfere introspettive, che stridevano non poco nel panorama ottimistico dell’American Dream reganiano. Canzoni brevi, le sue, dalle strofe regolari improntate a una ritmica quasi meditativa, in un solco creativo che riecheggia la tradizione poetica americana di Gary Snyder e Robert Pinsky, nonché di Leonard Cohen; pur non toccando temi politici, la poetica musicale di Suzanne Vega è comunque attenta al sentire dell’America di quegli anni, dove New York è il simbolo si ricchezza, sperequazioni, solitudini e difficoltà quotidiane, insomma delle contraddizioni che hanno resi grandi gli Stati Uniti, nel bene e nel male.

Ne scaturiscono canzoni tanto socialmente non convenzionali quanto esteticamente complesse, delle quale ogni singola nota è la corrispondenza sonora delle pagine più ispirate di Norman Mailer o Gore Vidal, attenti, critici cantori della quotidianità americana più adulta, fatta di un continuo osservare le relazioni interpersonali, l’amore, i compromessi con il sistema.Storie di fatica e rinascita, magari portandosi dietro un senso di perdita che comunque fortifica l'animo, vicine a certa narrativa di sostanza che scende nel cuore dell'uomo, fermando sulla carta storie di ordinario eroismo quotidiano, lo stesso di certi personaggi dei racconti di Raymond Carver.

Di quell’epoca indimenticabile, ieri sera Vega ci ha regalate alcune perle quali Marlene on the wall, oltre a Luka e Tom’s diner, con le quali ha chiuso il concerto prima dei due acclamati bis. Suggestiva Luka in versione soft, e ancora più coinvolgente Tom’s diner, accompagnata dalla batteria e brevi svolazzi di chitarra elettrica.

La Suzanne Vega ormai donna adulta, sembra invece aver raggiunto un compromesso con l’intimità della solitudine, e si apre a una nuova, riflessiva solarità, capace anche di guardare alla fede, come spiega la toccante Laying on of Hands, tratta, come il resto dei brani, da Tales from the Realm of the Queen of Pentacles.

I brani del nuovo album sono caratterizzati da un suono compatto, lontano dalle atmosfere lunari degli esordi, ma non per questo meno accattivante; quel folk-pop che è ormai la sua cifra, si arricchisce dei lampi psichedelici di Viscelia, e regala un’alternanza di ritmi lenti suonati con la chitarra classica, ad altri ben più veloci, accompagnati dalla chitarra elettrica e dalla batteria; un gioco di chiaro-scuri che conferiscono profondità all’arrangiamento.

Crack in the wall è uno spiritual dal ritmo caldo e avvolgente, quasi un racconto narrato attorno al fuoco, con un testo arricchito di suggestive immagini naturalistiche, che rimandano alle atmosfere psichedeliche di Ruby Tuesday dei Rolling Stones, dei quali Vega è grande ammiratrice. E ancora, Fool’s Complaint, un vivace brano bohemièn sui sogni, gli entusiasmi, il coraggio e il timore nell’affrontare l’ignoto, che sempre accompagnano l’umano raziocinio. I never wear white è invece una sorta di autobiografia dello stile, autentica professione d’amore per il colore nero, cifra estetica dell’abbigliamento di Vega, e richiamo concettuale delle atmosfere dei suoi brani storici. Nonostante le apparenze del titolo, si tratta di un brano vivace e dinamico, “urlato” da chi non ha paura di esternare il proprio pensiero. La timida e impacciata Luka ha imparato a fare rumore.

A chiusura del concerto, entusiastici, meritati applausi per l’unica vera poetessa del rock.