Rubrica — Spettacolo

San Frediano anni ’40, un film racconta com’era

Domani allo Stensen una serata per ricordare uno dei quartieri più poveri


San Frediano, 1949. In una tipica osteria dove si va a rinfrancarsi dopo una dura giornata di lavoro, un gruppo di amici si ritrovano per bere qualche bicchiere di vino davanti a un brodo di trippa. Nel quartiere all’epoca più povero e malfamato di Firenze si intrecciano storie di vita, di mestieri che non esistono più, si discute su chi abbia il brodo con più grasso o di politica, davanti all’oste che cerca di placare gli animi.

E’ il contenuto del documentario “Osteria dei capirotti”, regia di Pierfrancesco Bigazzi, ideato e scritto da Matteo Poggi e Francesca Tofanari, che sarà proiettato domani, martedì 19 novembre presso il Cinema Stensen di Firenze alle ore 21. Gli attori del cortometraggio di fiction appartengono alla Compagnia teatrale “Diversamente Recitanti”, composta da calcianti di parte bianca, ultras della curva Fiesole, pugili, commercianti e artigiani del quartiere.

Nell’ambito della serata sarà presentato anche il libro “Sassaiole e capirotti”, da cui sono tratti i cortometraggi. Il libro racconta la vita nel popolare quartiere di San Frediano di Firenze negli anni ’40-’50 del Novecento. Attraverso i ricordi del protagonista Loriano Stagi, nato e cresciuto in via San Giovanni, sono narrate le condizioni di vita di quel quartiere.

Le sassaiole sono quelle che facevano i ragazzi di strade rivali per la difesa del proprio territorio, i capirotti le arance scattivate che la Mora vendeva all’angolo tra via dell’Orto e via di Camaldoli, al tempo in cui San Frediano era un rione costituito da poche strade, che escludevano quelle dove ci abitava la gente “che stava bene”. Un rione dove i bambini si divertivano con i giochi per strada, le corse nei carretti; dove d’estate l’Arno diventava mare; dove gli adulti si inventavano mestieri come lo scaccino, lo sveglino, il galardino; dove tutti si chiamavano per soprannome, come il Gocciola, che non si sa bene se lo chiamassero così perché faceva il renaiolo o perché trincava fino all’ultima goccia.

Redazione Nove da Firenze