Firenze, 31 gennaio 2026- Geologi e tecnici dell’Università di Firenze sono a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, per monitorare la frana avvenuta domenica 25 gennaio, che ha provocato sulla collina in cui sorge il centro abitato una voragine lunga circa 4 chilometri e trascinato giù diverse case. Unifi opera dal 2005 come centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, fornendo supporto tecnico-scientifico per le grandi emergenze legate a frane e vulcani.
“Siamo stati attivati d’urgenza domenica sera, quando siamo stati avvisati che la Regione Sicilia necessitava di supporto per un movimento franoso iniziato a metà gennaio, ma aggravatosi drasticamente nella notte tra domenica e lunedì” racconta Nicola Casagli, presidente del Centro per Protezione civile Unifi, che si è recato in Sicilia con il docente DST di Geologia applicata Giovanni Gigli e il tecnologo Tommaso Beni.
“Giunti sul posto insieme al capo del Dipartimento della Protezione Civile – prosegue – ci siamo trovati di fronte a un fenomeno di proporzioni enormi, certamente una delle più grandi frane che io abbia mai visto in Italia in oltre trent’anni di carriera. Le stime preliminari parlano di molte decine, se non addirittura centinaia di milioni di metri cubi di materiale in movimento. Questa massa ha generato una scarpata imponente proprio sotto l’abitato di Niscemi, una situazione che mette seriamente a rischio la stabilità delle prime file di abitazioni del centro abitato”.
Per comprendere l’estensione del dissesto, il team Unifi ha immediatamente effettuato sorvoli in elicottero, sopralluoghi diretti sul terreno e rilievi di precisione tramite l’utilizzo di droni. Dopo le attività sul campo, Casagli ha illustrato la situazione al presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Secondo il docente dell’Ateneo fiorentino, il dissesto idrogeologico che ha colpito Niscemi non significa una crescente vulnerabilità del territorio. Fenomeni analoghi, sebbene talvolta di entità minore, si sono già verificati nella zona nel 1790 e nel 1997, a testimonianza della ciclicità di questi eventi.
“Tuttavia – ammette – il dissesto avvenuto a Niscemi non ha mostrato segnali precursori evidenti, rendendo la previsione estremamente difficile. Nelle mappe di pericolosità delle Autorità di bacino distrettuali italiane esistono circa 650 mila aree a rischio per frane e alluvioni. La strategia più saggia in questi casi sarebbe la delocalizzazione, spostando e ricostruendo in zone sicure, anche se tale percorso è estremamente complicato dal punto di vista sociale ed economico”.
Guardando al futuro della zona colpita, Casagli ritiene che la scarpata sia destinata ad arretrare ulteriormente. “Una volta stabilizzato questo arretramento – conclude – sarà necessario intervenire sulle argille sottostanti per drenare l’acqua, poiché è proprio l’acqua l’elemento che alimenta e muove queste grandi masse di terreno. Il nostro obiettivo attuale è monitorare costantemente il territorio per individuare eventuali nuovi segnali di movimento e intervenire dove possibile per mitigare il rischio”.
«Certamente quanto successo a Niscemi ha posto l’attenzione ancora una volta su quanto siano fragili i nostri luoghi. Anche in Toscana ci sono numerose frane attive e aree potenzialmente instabili, diffuse più o meno in tutti i versanti, sia nella parte appenninica che nei rilievi del centro e del sud della regione. Tuttavia in Toscana esiste un livello di conoscenza sulla distribuzione e sulla tipologia di questi fenomeni (sono circa 90 mila le frane censite) che è uno dei più approfonditi in assoluto». A dirlo è Marcello Brugioni, presidente dell’Ordine dei geologi della Toscana, alla luce di quanto accaduto.
«Il lavoro di indagine e di continua analisi svolto sia dall’Autorità distrettuale dell’Appennino Settentrionale, in cui ricade la quasi totalità del territorio regionale, sia dalla Regione Toscana stessa, fa sì che per l’intero territorio siano disponibili mappe e banche dati estremamente corpose e rilevanti - prosegue -. Inoltre la Regione ha attivato da alcuni anni un sistema di monitoraggio satellitare che consente, per talune tipologie di frane simili a quella di Niscemi, di percepire eventuali movimenti. Infine, Autorità e Regione stanno operando congiuntamente per cercare anche di individuare le aree in cui è maggiore la possibilità di innesco delle cosiddette frane di neoformazione, ovvero quelle che si verificano improvvisamente in conseguenza degli eventi estremamente intensi e concentrati, come ad esempio quello del 2023».
«A questo patrimonio – aggiunge - hanno contribuito in maniera fondamentale, oltre che le Università di Firenze, Siena e Pisa, come dimostra la costante presenza dei nostri colleghi universitari toscani a supporto delle attività di protezione civile a Niscemi e non solo, i tanti geologi liberi professionisti che operano nell’ambito delle indagini geologiche di supporto per la formazione degli strumenti urbanistici comunali.
Questi dati sono disponibili a più livelli di dettaglio e sono essenziali non solo per andare a vedere se quando succede qualcosa il dissesto era conosciuto o meno, ma anche e soprattutto per sapere con quali criteri certi insediamenti o attività possono coesistere in queste aree, e con quali accorgimenti si può svolgere con una certa serenità il nostro lavoro e la nostra vita. A questo servono le mappe e i geologi: la presenza ai talk show è importante, ma non è certamente il nostro principale ruolo».
«È importante ribadirlo dato che, come quasi sempre accade, all’indomani di un evento disastroso come la frana di Niscemi, la geologia e i geologi diventano protagonisti: interviste sui giornali e in tv, presenze prestigiose nei vari talk show per fornire spiegazioni in merito a quanto successo e, per indagare sulle cause, riflettere sulla pericolosità e fragilità del nostro territorio ‘abbandonato’ dalle cure che invece in passato gli venivano dedicate, fare conti su quanti milioni di euro servirebbero per ‘mettere in sicurezza’ (locuzione quanto mai sbagliata e abusata perché la sicurezza assoluta non esiste), una nazione intera e così via.
Il geologo in questi frangenti diventa il riferimento con cui media, istituzioni e cittadini si interfacciano per dare credito o contrastare le più varie ed anche divergenti opinioni. Anche se il professionista, perché di questo si tratta, cerca di rimanere su argomenti e spiegazioni di carattere tecnico, le domande finali restano sempre quelle: “di chi è la colpa?”, “quanti miliardi di euro sono necessari?”, “perché si è costruito lì dove è ‘evidente’ che non si doveva?”.
E così via».
«Non vi nego che questa prassi, anche se indubbiamente comprensibile e comune non solo in Italia, è per molti aspetti un poco avvilente per la nostra professione. Questo perché, una volta passato il momento clou, il contributo che il geologo e la geologia possono e devono fornire alla società tornano in secondo piano, quasi a dimostrare che la nostra capacità di comprendere, interpretare ed utilizzare in assoluta sostenibilità il terreno su cui poggiamo piedi, sia qualcosa a cui ricorrere per fare notizia, ma poi se ne possa fare a meno quando tutto è passato.
E quindi torniamo a essere visti da molti, fortunatamente non da tutti, come una complicazione in più, che le norme impongono anche se non sempre, ma che certamente aumentiamo i costi, allunghiamo i tempi e, dulcis in fundo, non ‘favoriamo l’occupazione’, altra frase abusata e impropria quando il geologo di turno fa presente che ci sono, per così dire, difficoltà».
«Questo modo di vedere le cose non è certo solo rivolto alla geologia, ne fanno le spese anche altre professioni, tuttavia negli aspetti legati alla fisicità e alla sostenibilità in termini di fruizione dei nostri rilievi e delle nostre pianure, chi si occupa di gestione di frane ed alluvioni viene visto come una ‘Cassandra’ con tanto di scongiuri annessi. È indubbiamente evidente che non può e non deve essere così, e in particolare il mondo dell’imprenditoria ma anche la pubblica amministrazione si stanno accorgendo che interpellare prima chi di gestione di dissesti presenti e/o possibili in futuro non è certo una perdita di tempo, anzi porta ad un congruo risparmio in termini economici in quanto costruire dove è possibile e con accorgimenti tali da fronteggiare con danni minimi le calamità avverse è certamente molto meno dispendioso che dover delocalizzare o ripristinare in toto attività ed insediamenti».