In provincia di Firenze 1 cittadino su 10 è straniero

Alla fine del 1998 erano presenti nella regione 71.000 immigrati regolarmente registrati, nel 2008 la popolazione nata all’estero ha superato le 319.000 unità.

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
15 aprile 2010 16:49
In provincia di Firenze 1 cittadino su 10 è straniero

Negli ultimi anni la Toscana è stata interessata da un forte fenomeno migratorio, che ne ha cambiato la struttura sociale ed economica. Questo è quanto è emerso dal convegno “Il fenomeno migratorio in Italia e le nuove sfide antropologico culturali”, che si è tenuto oggi nella sala Luca Giordano di Palazzo Medici, organizzato dalla Provincia di Firenze con la collaborazione del Centro Studi Emergenze. Secondo i dati del Rapporto Immigrazione Toscana 2009 e del Dossier Statistico 2009 per l’Immigrazione di Caritas Migrantes, analizzati da Alessandro Martini, direttore della Caritas diocesana fiorentina, il ritmo con cui la popolazione immigrata è aumentata in Toscana dal 1998 al 2008 è stato molto più sostenuto rispetto all’andamento nazionale.

Alla fine del 1998 erano presenti nella regione 71.000 immigrati regolarmente registrati, nel 2008 la popolazione nata all’estero ha superato le 319.000 unità. Le provincie toscane che contano la maggior percentuale sul totale della popolazione residente sono Prato (11,8%) e Firenze (9,6%). Il territorio fiorentino ospita comunque il maggior numero di stranieri (il 30,4% sulla distribuzione provinciale). Anche dal punto di vista dell’occupazione gli immigrati costituiscono ormai un’alta percentuale dei lavoratori toscani, ogni 100 lavoratori assicurati all’Inail infatti 16 sono stranieri.

I dati della fine del 2007 testimoniano che gli immigrati in Toscana sono prevalentemente di origine europea (58,8%). Seguono gli asiatici (19,1%), gli africani (15,3%) e gli americani (6,7%). I dati nazionali per il 2009 confermano la prevalenza degli europei su tutto il territorio (53,6% di cui più della metà da paesi comunitari), vedono però gli africani al secondo posto (22,4%) e gli asiatici al terzo (15,8%), seguiti sempre dagli americani (8,1%). Il convegno di Firenze ha voluto raccogliere la sfida antropologico culturale lanciata dal fenomeno migratorio.

Ha aperto la discussione il presidente dell’Amministrazione provinciale Andrea Barducci: “La situazione degli immigrati in Italia – ha detto il Presidente - esige una seria riconsiderazione degli aspetti normativi che la regolano, attualmente del tutto inadatti. Occorre inoltre uno scatto culturale e politico nell’approcciare un problema così complesso”. E’ poi intervenuto il presidente del Centro Studi Emergenze Salvatore Arca. Nel corso dell’incontro, è stata presa in esame sia la situazione di coloro che accolgono i migranti che la mutazione a cui questi ultimi vanno incontro.

Per poter analizzare il problema in modo efficace sono intervenuti coloro che operano quotidianamente sul campo: Alessandro Martini, direttore della Caritas diocesana fiorentina; Francesco Tagliente, Questore di Firenze, che ha affrontato il tema della tutela dei diritti degli immigrati e della sicurezza; Paolo Ermini, direttore del Corriere Fiorentino; Carlo Colloca, docente di Sociologia presso il CEURISS (Centro Europeo Ricerche e Studi Sociali); Margherita Azzari docente di Geografia a Firenze, che ha presentato “L’Atlante dell'imprenditoria straniera in Toscana”.

A coordinare l’incontro Antonio Lovascio, già vice direttore de “La Nazione”. E’ in atto un grande cambiamento, che vede quali attori “cittadini divisi fra il paese d’origine e il paese di destinazione”, come ha sottolineato Carlo Colloca. L’integrazione di queste persone deve essere affrontata “riconoscendo il diritto alla differenza”, ha notato ancora Colloca. “Firenze mostra in proposito una grande sensibilità” ha affermato Andrea Barducci, “accanto all’azione degli organi che si occupano tutti i giorni del problema, come i Centri per l’Impiego, è necessario un forte sforzo da parte delle amministrazioni pubbliche, che dovrebbero a questo proposito godere di tutta l’autonomia necessaria per poter intervenire al meglio possibile”.

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