Da martedì 6 dicembre a domenica 11 dicembre 2005 al Teatro della Pergola Anton Cechov nella versione di Alessandro Haber


02/12/05 firenze- Quattro "pezzi" di vita nella campagna russa dell’ottocento, di una famiglia di possidenti decaduti. Vanja, il protagonista esacerbato da una vita di fatica nell’ombra, ha il volto di Alessandro Haber che, assieme al regista Nanni Garella, ha perseguito per anni il progetto di questa messinscena.


Come figurine di un vecchio album di foto, si agitano piccoli e grandi proprietari in rovina, professionisti abbrutiti dalla fatica, contadini e operai schiavi della miseria. Personaggi afasici, antieroi, eventi "senza storia" che Cechov ebbe l’intuizione di portare in scena. Opera tra le più dure, meno indulgenti, di Cechov, Zio Vanja offre l’immagine di una società, una volta opulenta, accerchiata dalla miseria del mondo, sinistramente simile a quella del nostro tempo.


Un testo di non-speranza: "Il disfacimento di un mondo rurale causato dall’avvento del "progresso" – secondo Alessandro Haber – sembra un presagio del futuro, dello harakiri che l’uomo fa oggi all’ambiente e a se stesso. Conviviamo con le guerre, il disboscamento, il dissanguamento della terra". I personaggi sono intorpiditi, rinunciatari, quasi spettrali. "Questa – continua l’attore – credo che sia la cifra dell’opera: sono tutti "malati" di una malinconia ineluttabile, della sensazione che la vita si va spegnendo senza futuro". La guarigione sarebbe la possibilità di ricominciare tutto daccapo, di riscrivere una vita nuova, sana. Lo si legge nell’appello disperato di Vanja ad Astrov: "Ho quarantasette anni. Se vivrò, mettiamo, fino a sessanta, me ne restano ancora tredici. È lunga! Come li passerò questi tredici anni? Che cosa farò, come li riempirò? Capisci... capisci, se fosse possibile vivere il resto della vita in un modo... nuovo...". Ma il futuro resta un sogno che sembra escluderli, di cui Astrov affida il compimento alle generazioni future: la nostra.

"Quella di Cechov – aggiunge Haber, che si cimenta con Cechov per la prima volta – è sempre una scrittura alta, che conserva una grande poeticità anche quando sfiora i toni della commedia. Il personaggio di Vanja, poi, ha sfaccettature, umori, una tragicità che riesco a riconoscere. Mi piace – sorride – entrare nel mondo difficile, astioso, doloroso dei perdenti. Rispetto agli eroi, hanno forti sbalzi di temperatura, un’anima che vibra di più…".

Redazione Nove da Firenze