Archeologia: élites etrusche fra Populonia e il Vulcente


GROSSETO- Dopo le mostre Teatralità nel Barocco Fiorentino nel 2007 e La Bella Maniera in Toscana nel 2008, prosegue l’attività espositiva del Comune di Grosseto che quest’anno, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, presenta un importante evento sulla civiltà etrusca: SIGNORI DI MAREMMA - élites etrusche fra Populonia e il Vulcente, al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma, dal 14 giugno al 31 ottobre 2009.
All’esposizione SIGNORI DI MAREMMA - élites etrusche fra Populonia e il Vulcente si affiancheranno gli ITINERARI ARCHEOLOGICI che, mettendo in relazione la mostra con il territorio, daranno la possibilità di visitare le aree da cui provengono i reperti e approfondirne il tema. Promossa dal Comune di Grosseto con il sostegno dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana, la mostra è curata da Carlotta Cianferoni, vice Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana e Simona Rafanelli, direttore del Museo Civico Archeologico I. Falchi di Vetulonia, con i contributi di importanti studiosi tra cui Giovannangelo Camporeale.
L’esposizione presenta oltre duecento reperti provenienti dai siti archeologici della Maremma, conservati per la maggior parte nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, inediti o raramente visti in pubblico. Pezzi unici di straordinaria importanza e bellezza che narrano la vita e la morte dei Signori di Maremma ovvero i Principi Etruschi, durante il periodo di massimo splendore di questa civiltà, detto “Orientalizzante”, compreso tra il VII e il VI sec. a C.. In Etruria, durante questo arco di tempo, emergono delle aristocrazie locali, i cui capi, detti Principes, detengono il controllo del territorio e delle risorse. Sono proprietari terrieri, capi militari e politici, forse anche religiosi. Hanno accumulato enormi ricchezze con il commercio dei metalli e dei minerali, di cui la Costa e l’Isola D’Elba abbondano, ricevendo in contropartita raffinati prodotti artigianali delle civiltà del Mediterraneo e del vicino Oriente: veri e propri tesori, simboli di potere e di prestigio in vita come in morte. I materiali in mostra provengono da cinque aree della Maremma: Populonia, Vetulonia, Marsiliana d’Albegna, PoggioBuco-Pitigliano e Roselle. Se Populonia e Vetulonia rappresentano lo stile di vita dei “signori di città”, ovvero di un’aristocrazia definibile “urbana”, al suo opposto stanno i “signori di campagna” di Marsiliana d’Albegna e Poggio Buco-Pitigliano, colonie di una delle più grandi città dell’Etruria Meridionale, Vulci. La mostra si apre con i materiali provenienti da Populonia - le cui fortune sono legate al commercio del ferro- con lo straordinario corredo della TOMBA DEI FLABELLI, eccezionalmente qui riunito. Apre l’esposizione la coppia di ventagli (flabelli) in bronzo decorati a sbalzo, da cui la tomba prende il nome, presentati per la prima volta insieme, dopo il restauro di uno dei due. La scena al centro di uno dei flabelli, con due figure che sembrano scambiarsi una corona, è molto significativa perché la gran parte dei manufatti esotici, ritrovati nelle tombe principesche, furono probabilmente dei doni fra capi di eguale rango. Eccezionali anche le due armature in bronzo, con elmi e schinieri, che restituiscono quella che doveva essere l’immagine pubblica dei principi-guerrieri. Nella tomba, utilizzata per quasi un secolo, sono stati ritrovati quattro elmi corrispondenti alle quattro generazioni qui sepolte, di cui uno importato da Corinto e gli altri realizzati a Populonia. Il rango delle donne è rappresentato dagli oggetti di ornamento personale e da toeletta con pezzi unici come i grandi portaprofumi in alabastro. E’, infatti, una novità del periodo orientalizzante, l’importazione dalla Grecia di oli profumati e creme cosmetiche in contenitori di raffinata fattura. Infine un prezioso servito di bronzo per il banchetto e il simposio con alari per il fuoco; calderoni per cuocere la carne e il pesce o per portare l’acqua vicino alla tavola e mescolarla al vino; stupendi coltelli per tagliare la carne o sgozzare gli animali; una grattugia per il formaggio; delle brocche (oinochoai) dalla forma elegantissima per versarlo; ma anche molti pezzi importati dalla Grecia, tra cui una coppa di Rodi con motivi a uccelli.
Per Vetulonia in mostra il corredo della TOMBA DEL DUCE - dove duce sta per dux, in latino condottiero -l’unico principe etrusco di età orientalizzante di cui si conosca il nome, RACHU KAKANAS, iscritto in un frammento di coppa d’argento scoperto durante il restauro. Proviene da questa tomba uno dei pezzi più straordinari esposti in mostra, la cosiddetta arca d’argento, un’urna cineraria rivestita di lamina d’argento, decorata a sbalzo e a incisione, con figure di animali reali e fantastici. L’arca fu probabilmente realizzata da orafi siriani trasferitisi a Cerveteri. Sempre da Cerveteri, secondo lo studioso Camporeale, proveniva il principe Rachu Kakanas, come sembrerebbero confermare numerosi oggetti ceretani ritrovati nella tomba. Anche questo corredo funebre, come quello del tumulo dei Flabelli, comprende manufatti di botteghe locali o importati, sia per l’ornamento personale (fibule in oro ed argento per mantelli, bracciali, lamine per decorare le tuniche) che per il banchetto (brocche in argento di Cipro o della Siria, tripodi (bacili) per l’acqua con gambe ornate a occhiello, prodotti a Vetulonia ed esportati in tutto il Mediterraneo). Alla foce del fiume Albegna, fiorì nel VII sec. a C. il centro di Marsiliana, di cui viene presentata in mostra una scelta di oreficerie e oggetti in avorio provenienti dalle tombe a circolo, recuperati nei terreni del principe Corsini agli inizi del Novecento. In mostra, tra gli altri, la bellissima fibula Corsini in argento fuso, oro laminato e polvere d’oro con decorazione a paperelle ed elementi a sfera; il pettine in avorio con animali fantastici e la famosa tavoletta scrittoria, con il più antico alfabeto etrusco, entrambi provenienti dalla tomba a circolo degli Avori. Sempre in questa sezione è esposta la piccola e misteriosa dea in avorio, ricoperta di foglia d’oro, raffigurante una figura femminile nuda e dalla lunga treccia, che con una mano si stringe il seno e con l’altra ne raccoglie il latte, probabilmente legata a riti di fertilità. Le tombe principesche di PoggioBuco e Pitigliano ci hanno restituito corredi per lo più in ceramica - un materiale più povero rispetto a quelli metallici delle tombe della costa - e di produzione locale. Vasellame per il banchetto, anche di notevoli dimensioni, come il bellissimo kantharos (coppa per bere) con ansa annodate. Molti di questi servizi ceramici si distinguono più per la singolarità delle forme e delle decorazioni che per il materiale, come nel caso del kyathos (attingitoio per vino) con ansa a figura umana – una delle più antiche rappresentazioni dell’uomo nella nostra cultura classica – o del coperchio di dolio con due figure umane a cavallo nei gesti del cordoglio. Un oggetto dal forte valore simbolico che evoca la vittoria della vita sulla morte, ma anche il potere dei principi che furono in primis proprietari terrieri.
Infine Roselle, che rappresenta la sfera sacra, con alcuni oggetti provenienti dalla cosiddetta CASA DEL RECINTO, ritrovata al di sotto del Foro Augusteo. Per gli studiosi si tratta di un santuario, dove sono state rinvenute importanti iscrizioni di dono e di dedica alle divinità, testimonianze del rapporto fra i principi e gli dèi. Tra gli oggetti in mostra: il frammento di bocca di dolio, con una delle i più importanti iscrizioni mai ritrovate in Etruria, in cui l’oggetto parla in prima persona e dice: “Io sono stato donato da Venel Rapales a Laivena” (mini muluvanite venel rapales laivena).

Redazione Nove da Firenze