L’Associazione 11 Agosto, insieme al collettivo “Ultimo giorno di Gaza”, è scesa in campo con una nota di solidarietà per Tomaso Montanari, parlando di “attacchi personali” e rivendicando la natura collettiva delle proprie tesi. Si dicono pronti a fare scudo al Rettore, mentre sembrano erigere un cordone sanitario attorno a una posizione politica per sottrarla al vaglio della critica giornalistica.
La loro nota contesta l’iniziativa “Re-imagine Peace”, definendola troppo generica perché non adotta i loro termini d'ordinanza. Accusano chi li critica di personalizzare lo scontro, ma poi usano 30 firme per blindare un’ideologia. L'Associazione sostiene di voler "aprire un dibattito", ma è un dibattito con il finale già scritto. Se non accetti le loro premesse, sei fuori. È la solita divisione del mondo in "buoni" (loro, i testimoni della verità) e "cattivi" (chiunque osi porre domande scomode).
Questo approccio non cerca il confronto, cerca l'abiura dell'interlocutore. Ecco i tre dogmi di questo conformismo intellettuale:
- L’automatismo della superiorità morale: L'idea che una firma su un manifesto antifascista conferisca un'autorità indiscutibile anche su complessi scenari geopolitici.
- Il dibattito a senso unico: La pretesa di discutere solo se l'interlocutore accetta preventivamente definizioni politiche cariche di bias.
- La delegittimazione della critica: Ridurre ogni rilievo politico a "strumentalizzazione dei fascisti" per evitare di rispondere nel merito dei fatti.
Mentre i 30 firmatari si proteggono a vicenda dietro documenti collettivi — spesso sottoscritti per mera appartenenza d'area o per tacitare la propria coscienza — c'è chi i fatti li studia alla fonte. Ci riferiamo ad Alessandro Draghi, vicepresidente del Consiglio comunale. A differenza di molti accademici nostrani che leggono la realtà attraverso traduzioni filtrate o manifesti preconfezionati, Draghi possiede una competenza sul campo e la conoscenza della lingua araba. Questa è per noi un discrimine: significa accedere alle fonti primarie, comprendere le sfumature del discorso politico mediorientale senza mediazioni.
Approfondimenti
L'Associazione 11 Agosto pretende che la parola "genocidio" diventi il requisito minimo per poter parlare di pace. Ma questo diktat terminologico, ci appare più come una parola d'ordine della propaganda di Hamas che come un'analisi giuridica rigorosa.
Esiste un confine invalicabile tra l’orrore delle vittime civili in una guerra e la definizione scientifica di genocidio. Quest’ultima non è un’etichetta politica da sbandierare nei cortei, ma una fattispecie la cui determinazione spetta ai demografi e agli organismi internazionali sulla base di dati certi che emergeranno solo nel tempo. Sostituire l'analisi demografica con la retorica militante non è ricerca della verità, è propaganda. Riconoscere la tragedia umana di Gaza è un dovere; accettare acriticamente definizioni forzate è un atto di pigrizia intellettuale.
L'Associazione accusa l'iniziativa "Re-imagine Peace" di essere edulcorata, ma è la loro visione a mancare di realismo. Nello scontro militare a Gaza ci troviamo di fronte a una guerra urbana combattuta in una delle zone più densamente popolate al mondo, dove l'uso sistematico di scudi umani da parte di Hamas non è una variabile trascurabile, ma una strategia deliberata per massimizzare il numero delle vittime civili a fini mediatici. Omettere questo elemento in un'analisi che si pretende "coraggiosa" non è cercare la verità, è fornire una visione distorta e funzionale a una sola parte.
Per quanto ci concerne continueremo ad analizzare, a dubitare e a criticare. Se il prezzo per essere ammessi al dibattito della sinistra fiorentina è l'adesione incondizionata a dogmi, saremo sereni nel restarne fuori.