​CPR in Toscana: lo scontro politico sulla sicurezza

Il fallimento del "Modello Minniti", l'eredità di Nardella e la Sindaca "assediata"

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
28 Febbraio 2026 13:01
​CPR in Toscana: lo scontro politico sulla sicurezza

Può una regione che rivendica storicamente il primato dell’accoglienza e del welfare permettersi di ignorare il costo operativo, umano e logistico della propria sicurezza urbana? La domanda non è più soltanto retorica per le strade di Firenze. Il dibattito sulla creazione di un Centro di Permanenza per i Rimpatri in Toscana è uscito dai confini della gestione amministrativa per trasformarsi in un caso politico esemplare, una "patata bollente" che scotta tra le mani di una sinistra divisa e un centrodestra pronto all'affondo. Al di là dei proclami, ciò che emerge è un paradosso tutto toscano: una paralisi decisionale che finisce per indebolire proprio quel controllo del territorio che la politica dichiara di voler difendere.

L’assenza di un CPR regionale non è un dettaglio burocratico, ma una falla sistemica che produce quella che possiamo definire un’emorragia logistica delle forze dell’ordine. Il Sindacato Autonomo di Polizia di Firenze ha sollevato un velo su una realtà quotidiana insostenibile: ogni giorno, due agenti sono costretti a lasciare il capoluogo per scortare migranti verso centri distanti centinaia di chilometri.

Mentre la Sindaca Sara Funaro lamenta pubblicamente la carenza di organico, citando persino l'impiego di personale fiorentino per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, appare paradossale che non si affronti il drenaggio quotidiano di risorse verso Macomer in Sardegna, Gradisca d’Isonzo al confine sloveno o i centri della Calabria. Queste trasferte sottraggono gli operatori al territorio per tre giorni consecutivi, trasformando la Polizia in un servizio di accompagnamento interregionale.

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Per uscire da questo stallo, il SAP non si limita alla protesta, ma propone un percorso amministrativo chiaro: l’attivazione immediata di un tavolo tecnico tra Ministero dell’Interno, Regione e Prefetture. L'obiettivo è definire criteri di localizzazione certi, standard di sicurezza e trasparenza, e un cronoprogramma realizzativo che sottragga il tema all’umoralità del dibattito elettorale.

“Registriamo positivamente l’apertura al confronto. Ora servono scelte conseguenti: chi parla di regole e sicurezza deve sostenere strumenti operativi sul territorio. Un CPR in Toscana significa meno trasferte e più risorse per Firenze e per la regione.” dichiara Massimo Bartoccini, Segretario Provinciale SAP Firenze.

Sul piano della strategia politica, il centro-destra legge in questa esitazione una profonda incoerenza. Francesco Torselli (FdI) ha efficacemente utilizzato la metafora del "lancio della monetina" per descrivere il posizionamento del Partito Democratico. Il dato politico rilevante non è solo l'attuale contrarietà, ma il brusco mutamento di rotta: fino a poco tempo fa, non solo Dario Nardella ma anche Eugenio Giani si erano detti favorevoli alla struttura.

L'elezione di Elly Schlein alla segreteria nazionale sembra aver innescato una "retromarcia generale" motivata più da equilibri interni di partito che da mutate condizioni di sicurezza. Questa oscillazione suggerisce che la sicurezza dei cittadini sia diventata una variabile dipendente dai congressi, trasformando un’esigenza logistica in una bandierina ideologica da ammainare o issare a seconda della convenienza del momento.

Il passaggio di testimone a Palazzo Vecchio ha trasformato la spaccatura in un caso plastico di corto circuito istituzionale. Da un lato, l’ex sindaco Dario Nardella oggi promuove il CPR come misura di efficienza; dall’altro, la sua successora Sara Funaro si arrocca su una posizione di netta chiusura, allineata ai vertici nazionali.

Tuttavia, come sottolinea Marco Stella (Forza Italia), questa conversione tardiva di Nardella appare poco credibile agli occhi di chi osserva i dati reali. Firenze è oggi la seconda metropoli italiana per numero di reati: un record negativo che pesa come un macigno sulla narrazione di una città sicura. In questo contesto, la sindaca Funaro appare "assediata" dalle conseguenze dei due mandati precedenti; si ritrova a gestire un vuoto di sicurezza ereditato da chi, solo ora che siede a Bruxelles, invoca soluzioni che per dieci anni ha evitato di implementare. La spaccatura tra il pragmatismo securitario (seppur tardivo) di Nardella e l'ortodossia ideologica di Funaro e Schlein proietta un'immagine di caos che disorienta l'elettorato.

Dall'ala sinistra della coalizione, la critica si fa ancora più radicale. Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) denuncia l'ambiguità di un centro-sinistra che non ha mai realmente costruito un'alternativa alle politiche migratorie della destra. Palagi evoca il "fantasma" delle politiche dell'allora Ministro Minniti — un modello che, secondo l'esponente di sinistra, avrebbe persino convinto Papa Francesco a disertare Firenze durante il suo impegno come Presidente della Fondazione MedOr.

Secondo questa analisi, il CPR è un modello fallimentare in sé, e la tendenza del PD a "inseguire le destre" sul terreno della repressione non fa altro che favorire i partiti conservatori. La tesi di Palagi è netta: la sicurezza non si costruisce con nuove mura, ma smantellando il sistema di sfruttamento e investendo nel sociale e nella prevenzione. L'accusa al PD è quella di un'ambiguità insostenibile: non essere né una forza di rottura sociale, né una forza capace di garantire l'ordine pragmatico richiesto dalle questure.

La questione del CPR in Toscana ha smesso di essere una disputa logistica per diventare il sintomo di una paralisi politica profonda. Da un lato, le forze dell'ordine denunciano un sistema che le costringe a "esportare" la sicurezza territoriale verso altre regioni; dall'altro, una classe dirigente che oscilla tra il calcolo elettorale e il timore di scontentare la propria base ideologica.

Il costo di questa "patata bollente" non si misura solo in voti, ma in ore-uomo sottratte alle volanti e in una percezione di insicurezza che i dati di Marco Stella confermano essere drammaticamente reale. La Toscana si trova davanti a un bivio identitario: può continuare a definirsi un modello di accoglienza scaricando i costi logistici e i problemi di sicurezza sui confini di Gorizia o sulle coste calabresi? Oppure è giunto il momento di superare la politica degli annunci e decidere se la sicurezza dei propri cittadini meriti una struttura operativa sul territorio o se la gestione dei rimpatri debba rimanere, per sempre, una responsabilità altrui.

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