Perché le imprese toscane decidono di ricorrere al lavoro sommerso
Un'indagine di Unioncamere Toscana

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
19 giugno 2003 13:45
Perché le imprese toscane decidono di ricorrere al lavoro sommerso<BR>Un'indagine di Unioncamere Toscana

FIRENZE, 19 GIUGNO- Il rapporto "Lavoro Sommerso e Lavoro regolare. Un'indagine microeconometrica sulle imprese della Toscana" - svolto per conto di Unioncamere Toscana da un gruppo di lavoro del Ciriec-Firenze coordinato dal Prof. Alberto Baccini dell'Università di Siena e presentato oggi - sintetizza un percorso di ricerca pluriennale centrato sul livello di analisi microeconomica che porta ad interrogarsi non tanto su quale sia la dimensione del sommerso in Toscana quanto sul perché le imprese toscane decidano di ricorrere al lavoro sommerso e su quanto pesi all'interno di esse l'uso di lavoro sommerso rispetto a quello regolare.
Sono stati così messi a punto alcuni modelli econometrici in grado di spiegare l'incidenza relativa media del sommerso all'interno delle imprese.
La novità principale del lavoro consiste nell'utilizzare a questo fine i dati derivanti dall'attività ispettiva condotta dall'INPS.

Attraverso tecniche statistiche si è potuto tener conto sia della diversa intensità settoriale delle ispezioni che della loro diversa efficacia quando condotte dagli uffici periferici di differenti province.
I principali risultati dei modelli possono essere sintetizzati come segue:
1. la produttività del lavoro sommerso è generalmente inferiore a quella del lavoro regolare; questo a causa della più difficile integrabilità del lavoratore sommerso all'interno dell'impresa;
2.

al crescere della dimensione di impresa l'uso del lavoro sommerso decresce in modo molto netto, fino ad azzerarsi nelle imprese oltre i 50 addetti (come mostra la tabella 1);
3. le imprese dei servizi utilizzano quote più elevate di sommerso rispetto a industria ed artigianato;
4. imprese artigiane ed industriali, quando si tenga conto della diversa composizione settoriale, utilizzano sommerso in modo del tutto analogo: i vantaggi in termini di costo del lavoro di cui godono le imprese artigiane non sono perciò tali da permettere la scomparsa di lavoro sommerso o, per lo meno, una sua attenuazione;
5.

tra le imprese industriali e artigiane hanno incidenze relative di uso del lavoro sommerso inferiori rispetto al valore medio regionale di riferimento quelle estrattive, metallurgiche, della carta, del tessile e del legno;
6. per gran parte delle province non esistono differenze nell'incidenza relativa di lavoro sommerso. Solo due province si differenziano dalle altre: Siena, dove tale incidenza è pari al 70% di quella di riferimento, ed Arezzo, che ha poco meno della metà del sommerso medio regionale;
7.

la modificazione dell'attività ispettiva INPS tra il 2000 e il 2001 ha reso più difficoltoso l'uso di sommerso da parte delle imprese toscane, tendendo a ridurne il peso relativo.
L'analisi suggerisce strumenti non convenzionali di policy secondo due diverse modalità di intervento:
(i) interventi in grado di differenziare la produttività dei lavoratori regolari e dei lavoratori sommersi.
Per aumentare la produttività dei lavoratori regolari ha un ruolo centrale la formazione sul posto di lavoro (on the job training), che deve accompagnarsi a strumenti in grado di fornire adeguati incentivi ai lavoratori e favorire l'instaurarsi di rapporti di lavoro di lungo periodo.

Per ridurre la produttività dei lavoratori sommersi è invece necessario renderne più difficoltosa l'integrazione all'interno dell'impresa attraverso l'intensificazione dell'attività ispettiva;
(ii) interventi in grado di modificare la soglia di legalità socialmente accettata.
Con questa espressione si indica il fatto che le imprese si avvalgono di lavoro sommerso rispettando però una soglia minima -variabile in contesti locali diversi- di regolarità. Tale soglia minima dipende dalla necessità da parte dell'impresa di avere accesso a qualche mercato legale, il che le impedisce di svolgere attività completamente sommersa (per questo potrebbero essere utili strumenti in grado di trasmettere dall'impresa leader ai subfornitori i requisiti di legalità, per esempio attraverso una estesa politica che favorisca l'uso della certificazione di processo per tutte le componenti dei prodotti), e dall'esistenza di regole convenzionali che determinano una quota socialmente accettabile di "sommersione".

Si può inoltre pensare che più estese e prolungate campagne di ispezioni abbiano il potere di modificare la soglia di legalità, mentre provvedimenti legislativi di sanatoria dei comportamenti illeciti pregressi tendano ad abbassarla.
Fino ad ora tutti gli interventi di policy si sono invece incentrati sulle componenti di costo -riduzione del cuneo fiscale; programmi di emersione; proposte di liberalizzazione completa del mercato del lavoro-. Lo schema interpretativo adottato in questo lavoro suggerisce che queste modalità non hanno effetti "graduali" sulla riduzione del sommerso: non è cioè vero che riducendo "un po’" il costo del lavoro l'impresa "riduce un po’" l'uso di lavoro sommerso.

Le imprese scelgono invariabilmente una delle due soluzioni seguenti: (i) impiegare solo lavoratori regolari; (ii) impiegare il numero massimo di lavoratori sommersi compatibile con la soglia di legalità. Da questo punto di vista, perché la componente di costo abbia effetti sulla scelta della singola impresa, deve avvenire una modificazione del rapporto tra costi del lavoro regolare ed irregolare tale da spingere l'impresa che utilizza lavoro sommerso a scegliere di regolarizzarsi completamente.

Un intervento dal lato dei costi efficace per la totalità delle imprese avrebbe probabilmente costi sociali insostenibili.

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