Rubrica — Spettacolo

Al Teatro del Maggio il Trittico "Il Tabarro/Suor Angelica/Gianni Schicchi"

L'opera di Giacomo Puccini andrà in scena a partire dal 15 novembre. Tutte le recite sono dedicate alla memoria di Rolando Panerai. Maestro concertatore e direttore Valerio Galli. Regia Denis Krief. Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Lirico di Cagliari. Il baritono Franco Vassallo debutterà nel ruolo di Michele


Firenze, 9 novembre 2019 - Si dice che tre sia il numero perfetto. Doveva pensarla così anche Giacomo Puccini quando decise di riunire in un grande pannello lirico tre atti unici di diverso carattere. Approda sul palcoscenico del Teatro del Maggio il 15 novembre alle 20 (altre recite: 17 novembre ore 15:30; 20 e 23 novembre ore 20) il trittico pucciniano per eccellenza, Il tabarro/Suor Angelica/Gianni Schicchi in un nuovo allestimento del Teatro del Maggio in coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Lirico di Cagliari. Sul podio a dirigere l’Orchestra e il coro del Maggio Musicale Fiorentino, il maestro Valerio Galli mentre la regia è affidata Denis Krief. Le recite del Trittico pucciniano sono dedicate alla memoria del grande Rolando Panerai che soprattutto del Gianni Schicchi fu un interprete mirabile sia al Maggio Fiorentino che nei teatri di tutto il mondo.

Il trittico pucciniano rappresenta un grande impegno produttivo per tutti i teatri, per questo non è così frequente vederlo nei cartelloni non solo italiani ma addirittura in quelli internazionali. Al Maggio è stato programmato solo tre volte prima di questa ultima produzione: nel dicembre 1955/gennaio ‘56, nel giugno 1983, e nel giugno del 1988. Oltre all’Orchestra, al Coro e al Coro di voci bianche, saranno 40 gli artisti impegnati sui tre titoli (13 dei quali provengono o stanno attualmente frequentando l’Accademia del Maggio). Tra i nomi degli interpreti nei ruoli principali Maria José Siri, Anna Maria Chiuri, Marina Ogii, Anna Malavasi, Bruno de Simone, Angelo Villari.

Franco Vassallo, ospite dei più importanti teatri del mondo − dal Metropolitan alla Scala, dall’Opera de Paris al Covent Garden di Londra − è al suo quinto ruolo pucciniano. Dopo Bohème, Manon Lescaut e Madama Butterfly, la scorsa stagione ha debuttato Scarpia ne la Tosca, alla Staatsoper di Amburgo al fianco di Jonas Kaufmann e Anja Harteros con grande successo di pubblico e critica. «Michele padrone del barcone e inseparabile dal suo tabarro e dalla sua pipa è un ruolo meraviglioso, di grande maturità vocale e scenica – afferma Vassallo. Un personaggio umanissimo, attanagliato sin da prima che si apra il sipario da una profonda tristezza che diviene via via frustrazione, ira e infine cieca violenza. È uno dei più grandi e intensi ruoli scritti da Puccini per la voce di baritono ed è sicuramente un punto di arrivo per drammaticità, estensione e pienezza vocale. Adesso mi sento pronto per questo repertorio, dopo un excursus di 25 anni di carriera e avendone compiuti quest’anno 50 (guarda caso la stessa età di Michele!). La gelosia che si trasforma in furia omicida, è un esito da sempre tristemente connaturato nelle pieghe più buie della natura umana, ma oggi purtroppo è di ancora più sconcertante attualità. Il sipario infatti si chiude su Michele che apre il tabarro lasciando cadere a terra il cadavere di Luigi davanti a Giorgetta e benché la sorte della donna di fatto non ci sia nota, Puccini è magistrale nell‘insinuare nello spettatore il fantasma di un tragico dubbio».

Dopo l’affermazione di Cavalleria rusticana l’atto unico era diventato di moda e Puccini stesso vi si era già cimentato a inizio carriera con Le Villi. Dal debutto del primo frutto del suo ingegno erano passati quasi trent’anni quando il compositore fu ispirato dalla pièce teatrale La houppelande di Didier Gold. Decise di ricavare un’opera di dimensioni ridotte, un atto unico che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto affiancare le rappresentazioni delle Villi. Il librettista incaricato di versificare il dramma noir fu Giuseppe Adami, che nel giro di due anni congedò Il tabarro. Nel frattempo un altro librettista, Giovacchino Forzano, aveva proposto a Puccini due soggetti da mettere in musica: la storia di una giovane aristocratica costretta a farsi monaca per espiare un peccato d’amore e le farsesche trovate di Gianni Schicchi, un briccone fiorentino citato da Dante nella Divina Commedia per aver falsificato un testamento. Nella mente di Puccini iniziò a prendere corpo l’idea di tre atti unici dai colori contrastanti, un affresco operistico tripartito il cui equilibrio sarebbe stato garantito da tre registri teatrali differenti: tragico e passionale il primo, lirico e religioso il secondo, comico e farsesco il terzo. Fu così che tra il 1917 e il 1918 il Forzano mise in versi Suor Angelica e Gianni Schicchi, che insieme al Tabarro formeranno il polittico di atti unici battezzato poi come Trittico. La nuova creatura pucciniana fu tenuta a battesimo al Metropolitan di New York il 14 dicembre 1918. L’accoglienza del pubblico fu tiepida, eccezion fatta per Gianni Schicchi che da subito riscosse un grande successo.

Il tabarro è un dramma violento da grand-guignol ambientato nella Parigi di inizio XX secolo. Il protagonista, Michele, è il proprietario di una chiatta sulla Senna, uomo infelice e rassegnato a una vita di fatiche e privazioni. La giovane moglie di lui, stanca della squallida esistenza offertale dal marito battelliere, intreccia una relazione clandestina con Luigi, uno degli scaricatori che lavora sulla chiatta. Ma Michele è un marito geloso, e una volta scoperta la tresca tra i due, uccide l’amante e lo avvolge nel suo tabarro per gettarlo ai piedi della moglie fedifraga. Il triangolo amoroso marito-moglie-amante che finisce in tragedia è storia nota, qui resa ancor più amara dall’ambientazione desolata e da personaggi dei bassifondi urbani mossi da istinti primari. Puccini li ritrae in musica con grande realismo seguendone come in presa diretta le vicende: la sua scrittura si ammanta di aspre dissonanze e cupi contrasti timbrici, lunghi passaggi in declamato o in arioso che sovrastano il consueto slancio lirico.

Ambientata in un convento nei pressi di Siena alla fine del XVII secolo, Suor Angelica è la triste storia di una giovane costretta dalla famiglia alla vita monastica per riparare allo scandalo di un amore proibito. Dalla peccaminosa relazione è nato un bambino, di cui Angelica ignora da anni la sorte. L’inaspettata visita in convento della zia Principessa risveglia in lei la speranza ma l’anziana donna è giunta fin lì solo per chiedere alla nipote di rinunciare al patrimonio in favore della sorella e per annunciarle con spietata freddezza che il bimbo è morto da anni. Angelica non regge al dolore, la notizia della morte del figlio è per lei il colpo fatale che la spinge a darsi la morte con una bevanda velenosa. Il mondo di solitudine di Angelica è tratteggiato da Puccini attraverso sonorità cameristiche e tessiture timbriche leggere. La dimensione claustrale in cui vive è animata da sole voci femminili, da rintocchi di campane e da scale modali che ne sottolineano la lontananza incolmabile da tutto.

Puccini siglò il suo Trittico con Gianni Schicchi, un’opera piena di verve che fungeva da contraltare alle due storie tragiche. L’azione si svolge a Firenze nel 1299. La famiglia Donati è in fibrillazione dopo la morte del parente Buoso che pare abbia destinato la cospicua eredità a un convento. Per trovare una soluzione viene interpellato Gianni Schicchi, noto in città per astuzia e sagacia. Da vero deus ex machina, il protagonista si finge Buoso morente ma nel dettare le sue ultime volontà al notaio intesta i beni più preziosi ‘all’amico devoto’ Gianni Schicchi, suscitando l’ira degli avidi parenti. Tuttavia la truffa è dettata da un fine nobile; così facendo Gianni assicura una bella dote alla figlia Lauretta che potrà sposare Rinuccio Donati con buona pace dell’altezzosa famiglia. Per Puccini Gianni Schicchi rappresentò una felicissima incursione nel genere della commedia. Il successo immediato dell’ultimo capitolo del Trittico risiede infatti nell’amalgama di ingredienti della tradizione comica sapientemente dosati dal compositore toscano: ensemble vocali caratteristici e spassosi, scrittura brillante e un ritmo serratissimo che conduce a un finale da applausi.

La prima rappresentazione del 15 novembre 2019 sarà trasmessa in diretta da Rai Radio 3.

Redazione Nove da Firenze