Negli ultimi quarant’anni, la flotta toscana è stata letteralmente dimezzata, passando da circa 1.000 a 500 imbarcazioni. È scomparso un peschereccio su due. Quello che un tempo era un pilastro economico e sociale, oggi scivola verso un tramonto forzato, spinto non da un calo di domanda, ma da un groviglio di burocrazia e scelte politiche che sembrano aver dimenticato il valore umano del mare. Perché un’attività millenaria rischia l’estinzione proprio ora?
Entro il 2026, più di venti imbarcazioni specializzate nello strascico verranno ridotte a rottami metallici. Porto Santo Stefano e Porto Ercole perderanno insieme 9 motopesca, mentre Viareggio ne vedrà sparire 6. Quando una barca viene demolita, non si perde solo una struttura d’acciaio; svanisce un patrimonio immateriale fatto di segreti sulle correnti e gesti tramandati per generazioni. A Porto Ercole, il silenzio in banchina sarà quasi totale: resterà un’unica imbarcazione a strascico a testimoniare un passato che non trova eredi.
“A Porto Ercole, con la rottamazione appena approvata, rimarrà in banchina una sola imbarcazione di pesca a strascico. Le altre saranno demolite insieme alle licenze ed ai pescatori esperti e ancora in grado di lavorare che scenderanno a terra senza alcuna prospettiva di reintroduzione nel mondo del lavoro.” annuncia Danilo Di Loreto, Responsabile Coldiretti Pesca Toscana.
Il settore è intrappolato in quello che i pescatori chiamano un "cocktail micidiale". Da un lato, il fondo europeo FEAMPA offre incentivi per la cessazione definitiva, premiando chi decide di arrendersi piuttosto che chi tenta di innovare. Dall'altro, la pressione normativa è soffocante: nel Mediterraneo, le giornate di pesca sono state tagliate di oltre il 15% nell'ultimo biennio. La vera battaglia si gioca ora sui tavoli tecnici del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 e del cosiddetto "Pacchetto Omnibus". La paura, denunciata con forza da Coldiretti, è che i fondi per la pesca vengano accorpati in un unico fondo indistinto, privando il settore di risorse mirate proprio mentre la burocrazia impedisce ai giovani di salpare, negando loro il supporto necessario per il ricambio generazionale.
La fragilità è contabile. Secondo i dati di Confcooperative, l'indice di rischio finanziario per le imprese ittiche toscane è balzato al 43%, una delle vette più alte dell'intero comparto agroalimentare. Le circa 450 imbarcazioni superstiti — per lo più piccole unità familiari con un'età media superiore ai 40 anni — vivono in un paradosso spaziale. Mentre la flotta invecchia, il mare "si rimpicciolisce": tra parchi eolici offshore, condotte sottomarine, aree militari e vincoli portuali, i pescatori sono confinati in corridoi sempre più stretti. È una guerra per lo spazio che mette sotto scacco la sopravvivenza economica della piccola pesca locale.
Mentre i pescherecci toscani vengono rottamati, le nostre tavole non smettono di chiedere pesce. Semplicemente, lo cercano altrove. Oggi, oltre il 70% del pesce consumato in Italia è d'importazione, spesso proveniente da paesi con controlli minimi e standard di sostenibilità dubbi. Qui risiede il paradosso più amaro: lo strascico nazionale, oggi demonizzato dalle politiche europee, garantisce da solo il 70% del pescato interno. Colpire questa flotta significa consegnare le chiavi della nostra sovranità alimentare ai mercati esteri. È un sentimento di perdita che va oltre il mercato, toccando le radici stesse della costa.
"Il rischio concreto è che, insieme alle barche, sparisca anche la nostra identità marittima, con gravi ripercussioni sull'economia costiera e sul turismo legato alla cultura del mare. Oggi un intero settore è in difficoltà." dichiara Andrea Bartoli, Vicepresidente Confcooperative agroalimentare e pesca Toscana.
Contro quella che viene percepita come una deriva "ideologica" della Commissione Europea, i pescatori toscani rivendicano il proprio ruolo di presidio ambientale. Non sono predatori, ma custodi: sono loro i primi a pulire i fondali raccogliendo quintali di plastica e rifiuti durante le operazioni di pesca. Per salvare il settore, Coldiretti e Confcooperative propongono soluzioni concrete come i "Corridoi Azzurri": un piano normativo per facilitare l'imbarco di manodopera regolare e qualificata, anche extracomunitaria, per sopperire alla carenza di personale. Serve un approccio basato sulla scienza e sui dati locali, non su restrizioni lineari che ignorano le specificità del Mediterraneo.
Per evitare il naufragio definitivo, il settore chiede un cambio di rotta finanziario: almeno 7,3 miliardi di euro destinati alla futura Politica Comune della Pesca per sostenere la decarbonizzazione dei motori e la modernizzazione delle barche. Parallelamente, l’acquacoltura toscana — che già oggi vale 60 milioni di euro — deve essere potenziata come pilastro della sovranità alimentare regionale.
Tuttavia, la domanda finale non riguarda solo i bilanci, ma la nostra identità. Siamo davvero disposti a barattare il sapore del pesce appena sbarcato a Viareggio o all'Argentario, i saperi di una cultura millenaria e la nostra sicurezza alimentare con un prodotto d'importazione anonimo e congelato, rinunciando per sempre all'anima dei nostri porti?