Come parlare di Covid-19 ai bambini 0-3 anni

Il mio bambino di 2 anni quest’anno ha passato tanti giorni a casa perché era raffreddato, ha fatto tamponi su tamponi ed ora che finalmente sta bene non vuole più andarci, piange come al primo giorno di ambientamento, può essere che tutti quei giorni a casa abbiano annullato i mesi precedenti?

Paola
Paola Marangio
26 febbraio 2021 22:48
Come parlare di Covid-19 ai bambini 0-3 anni

La fascia d’età 0-3 anni che corrisponde a quella di frequenza del nido d’infanzia è quella in cui i bambini sono molto più perspicaci di un adulto sul piano relazione, naturalmente manca la capacità di esprimersi con il linguaggio verbale nonché le funzioni cognitive più complesse che consentono un pensiero deduttivo. Cosa vuol dire tutto questo? Che i bambini SANNO quello che sta succedendo attorno a loro anche quando non lo capiscono del tutto.

Un bambino di 2 anni che ha iniziato a frequentare il nido, ha superato le fasi di ambientamento e che si è appropriato del proprio spazio fuori da casa è un bambino che si sente accolto dal gruppo con l’educatrice e che sa di poter lasciare i propri genitori senza il rischio che qualcuno ne soffra troppo.

L’idea che “improvvisamente” qualcosa cambi in modo inspiegabile non è da assecondare, spesso c’è un senso che sfugge agli occhi dell’adulto. È vero che tanti giorni a casa possono aver intaccato quel delicato equilibrio con il nido ma probabilmente ci sono altri elementi che hanno contribuito a farlo saltare.

Il restare a casa ( o essere rimandato a casa ) in epoca Covid19 ha un valore diverso e delle implicazioni diverse rispetto al passato.

Un bambino che non può andare al nido crea scompiglio nella routine dei genitori, se c’è il rischio che sia positivo al covid19 non può essere accudito dalla babysitter o dai nonni e quindi costringe i genitori a uno sforzo di riorganizzazione lavorativa che a volte comporta un costo molto alto.

Oltretutto bisogna chiedersi: “Con quali elementi il bambino ha creato LA PROPRIA spiegazione dell’accaduto? Cosa ha visto e sentito?”

  • Come è stato comunicata al bambino la necessità dell’isolamento?
  • Cosa gli è stato detto rispetto al tampone?
  • Come avete reagito voi genitori ogni volta che il bambino è stato rimandato a casa dal nido perché sintomatico?
  • “La maestra me lo ha rimandato a casa perché ha un po’ di raffreddore, ora ci tocca fare un altro tampone” E’ una frase che facilmente e bonariamente può essere uscita dalla bocca di un genitore. Proviamo ad immaginare la forma che questo possa prendere nella mente di un bambino così piccolo: la mamma è dispiaciuta perché di nuovo devo fare il tampone = è colpa della maestra se devo farlo di nuovo, la maestra mi manda via, non mi vuole.

Il bambino verosimilmente non chiederà conferma di ciò che a lui è evidente, ed è chiaro che si sentirà meno accolto dalla maestra visto che è causa di nervosismo e dispiacere per la sua mamma nonché causa di allontanamento e tampone per lui. A 2 anni si frequenta il gruppo di pari per il piacere di farlo, non per senso del dovere, vien da sé che se non mi sento benvoluto non vorrò andarci.Uno degli strumenti più efficaci che ha un adulto rispetto al contenimento dei timori di un bambino è la comunicazione che deve essere consapevole ed affettiva. Nell’esempio precedente: proviamo ad ascoltarci con le orecchie del bambino ed aggiungiamo eventualmente “come sarà dispiaciuta anche la maestra per non averti potuto tenere al nido oggi!” oppure “il tampone è negativo, che bello! Chissà come sarà contenta la maestra che puoi finalmente tornare con gli altri bimbi!”. In questo modo avrete evitato di veicolare, involontariamente, LA COLPA alla maestra.

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