Riabilitazione psichiatrica: uccisa da un paziente in cura

Il cordoglio e la solidarietà del sindacato fiorentino. Un'ombra inquietante su un tema delicato in tutta Italia, Toscana compresa


La giovane professionista, 25 anni, prestava servizio in una struttura protetta del bresciano dove i pazienti recuperano i contatti con la vita quotidiana, attraverso le piccole cose che tutti facciamo ogni giorno, dal preparare la colazione a fare la spesa.Sarà l'autopsia ad indicare le cause della morte, ma gli inquirenti ipotizzano una incomprensione che ha armato l'omicida portandolo a sferrare una decina di colpi di coltello alla ragazza. Sono accorsi nel bilocale due infermieri e il direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Azienda socio sanitaria, ma non è stato possibile rianimare la giovane.

La morte di Nadia, Terapista della Riabilitazione Psichiatrica pugnalata a morte da un paziente ricoverato nella struttura in cui lavorava, ha scatenato varie discussioni sul tema della gestione dei malati psichiatrici.
La Cgil Firenze ricorda altri casi: "Adeline M. Educatrice, uccisa mentre accompagnava da sola un paziente già condannato per reati violenti, in Svizzera nel 2013. Ateo Cordelli Educatore, morto nelle stesse circostanze di Nadia, a Imola nel 2000; ancora, nel Comune di Rosignano Marittimo nel 2014 un tentativo di strangolamento che, per fortuna, non ha avuto esiti letali e che ha visto come vittima un’altra collega. Ci viene in mente il caso della Dr.ssa Paola Labriola, uccisa a Bari da un paziente mentre faceva la guardia medica".

Il sindacato Cgil Funzione Pubblica Firenze spiega "Aumentano anche gli agiti violenti fra pazienti o fra questi e i familiari, a Terricciola, a Empoli, a Pistoia. Ad essere vittima di tutto questo non sono solo le lavoratrici e i lavoratori, lo sono i pazienti, i loro familiari, la comunità tutta. In queste mancanze gravi vanno ricercate le cause di questi fatti, come di tutti quelli che stanno accadendo sempre più spesso, non ultimo le vittime dell’elisoccorso del 118.
Non si può affrontare la questione con un rimando all’imponderabilità della mente umana, né criminalizzare persone e patologie, né proporre indennità di rischio, perché il rischio va eliminato, non remunerato, qualsiasi cifra non può risarcire la perdita di una vita umana, di una ferita, di una patologia. I tagli alla spesa sanitaria, la riduzione del personale, la concentrazione dei pazienti in poche strutture, la riduzione dei tempi di lavoro da dedicare ai singoli pazienti e ai gruppi, l’inadeguatezza delle strutture, i tagli alla formazione, la presenza di un solo operatore in turno anche notturno o durante le visite domiciliari, l’assenza di riferimenti normativi e procedurali, i turni massacranti rappresentano alti fattori di rischio".

Redazione Nove da Firenze