Corteo pro Pal, altri 13 avvisi di conclusione indagini a Massa

In aggiunta alle 37 già interessate. Cgil: "Sciopero generale in caso di rinvio a giudizio"

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
05 Marzo 2026 15:00
Corteo pro Pal, altri 13 avvisi di conclusione indagini a Massa

Massa, 5-3-2026 - A Massa altri 13 avvisi di conclusione indagine hanno raggiunto in questi giorni studenti e studentesse delle scuole superiori, universitari e universitarie, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici.

"Altre 13 persone (in aggiunta alle 37 già interessate) rischiano di andare a processo - scrive in una nota Cgil Toscana - a rispondere del reato di interruzione di servizio pubblico e blocco ferroviario per aver partecipato al più che pacifico corteo che il 3 ottobre scorso, a Massa, ha provato ad urlare tutto il proprio sdegno nei confronti del genocidio in atto in Palestina.La Cgil Toscana, che in caso di rinvio a giudizio proclamerà sciopero generale, ha lanciato una raccolta fondi, chiamata “La protesta non è reato”, per sostenere le spese delle persone che hanno ricevuto sanzioni amministrative e le spese legali delle persone che sono state raggiunte dall’avviso di conclusione delle indagini della Procura, in ambo i casi in relazione ai fatti del 3 ottobre a Massa, durante il corteo contro il genocidio in Palestina.

E’ possibile sostenere la raccolta fondi (cha ha già superato quota 21mila euro) a questo link: www.eppela.com/laprotestanonereato

LA VICENDA DELLO SCORSO 3 OTTOBRE

Erano i giorni della Global Sumud Flotilla, un’azione umanitaria senza precedenti, autorganizzata, non violenta, cosmopolita, in cui centinaia di volontari e volontarie mettevano a repentaglio le proprie vite sfidando l’esercito israeliano per portare cibo e medicinali al popolo palestinese ormai stremato. Il corteo di Massa chiedeva al governo di proteggere quei volontari e quelle volontarie, il sistema giudiziario ha risposto criminalizzando la richiesta. La CGIL era in piazza il 3 ottobre, ed ha pagato la propria partecipazione con avvisi di conclusione indagini recapitati a tutto il proprio gruppo dirigente.Chiaro il messaggio e l’intenzione che sottende all’uso di una norma (quella che ha introdotto il reato di blocco ferroviario con il pacchetto sicurezza dell’aprile del 2025) con la quale, usando le parole della Corte di Cassazione “si incriminano indirettamente forme di protesta che, per quanto possano risultare moleste, sono sempre forme di espressione di dissenso che andrebbero affrontate sul piano del dialogo più che su quella della incriminazione”.

In altre parole, vietato manifestare, tanto più se in tanti e tante.Perché subire un processo penale significa dover affrontare, per anni, spese legali, tensioni familiari, problemi sul lavoro, ansie personali. Lungo la strada che porta alla sentenza, in diversi e diverse potrebbero essere costretti a scegliere di non scendere più in piazza, tanto per la Palestina, quanto per un lavoro più dignitoso, per i diritti civili, per un mondo più giusto. Ecco quindi realizzato l’obiettivo di quello che ormai pacificamente i giuristi e le giuriste chiamano il diritto penale del dissenso sociale.

Un diritto che criminalizza il pensiero e la partecipazione attiva alla vita politica. Un diritto che utilizza l’arma del processo in risposta all’aumento di manifestazioni di piazza legate a tematiche pacifiste (e non solo) in un momento in cui l’unico canto che accomuna i governi di tutto il mondo è quello che invoca la necessità del riarmo. Un diritto che colpisce forme di resistenza passiva attuate pacificamente e senza uso di strumenti atti ad offendere. Non a caso, il reato è quello di blocco ferroviario con il corpo.

Prima del 2025 il blocco ferroviario era reato solo se attuato con cose, vista l’attenuata capacità offensiva del blocco attuato con il corpo. Il blocco attuato con il corpo era un illecito amministrativo, perché la condotta integrante l’illecito non aveva in seno quel minimo di offensività che la nostra Costituzione richiede perché si debba ricorrere alla copertura del diritto penale.Ebbene, con un crescendo di interventi normativi (da ultimo dl decreto sicurezza del febbraio 2026) che tendono ad ampliare l’area del penalmente rilevante nei confronti di forme di dissenso sociale e politico, il governo italiano ricorre al diritto penale non come strumento di tutela di beni giuridici, ma come mezzo per arginare e neutralizzare la disobbedienza civile.Non è la CGIL, ma la comunità giuridica assolutamente maggioritaria, a definire il decreto contestato ai nuovi 13 indagati illiberale, discriminatorio e a tratti criminogeno.A questo punto, occorre chiedere a gran voce ai giudici che ci giudicheranno di sollevare la questione di legittimità costituzionale, e questo per iniziare a restituire al mittente almeno uno dei numerosi attacchi sferrati dal governo italiano ai principi fondamentali dello stato di diritto" concludono Cgil Toscana – Cgil Massa Carrara. 

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