Deindustrializzazione: rischio di diventare una regione di esecutori

Il tramonto del "piccolo è bello". Perché "produrre bene" non basta più a salvarci

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
09 Luglio 2026 14:13
Deindustrializzazione: rischio di diventare una regione di esecutori

La Toscana industriale al bivio: Il panorama industriale toscano sta vivendo una fase profondamente contraddittoria, un paradosso che sfugge alle letture superficiali. Da un lato, la percezione pubblica è dominata da una sensazione di declino inarrestabile, alimentata da cronache di chiusure e scioperi; dall’altro, i dati del Rapporto IRPET 51.2026 ci dicono che il valore prodotto dalla manifattura regionale non sta crollando, ma ristagna. Eppure, la crisi è reale e incisa nei numeri del tessuto imprenditoriale: tra il 2012 e il 2024, province come Siena, Pisa e Firenze hanno visto sparire circa il 20% delle proprie imprese manifatturiere attive.

Se il valore prodotto tiene ma le imprese evaporano, significa che la sfida si è spostata su un terreno invisibile e qualitativo. Non si tratta più solo di "quanto" produciamo, ma di chi governa i processi. La Toscana sta scivolando in una trappola silenziosa: continuiamo a essere eccellenti esecutori, ma rischiamo di non essere più i padroni del valore che generiamo.

Il rapporto IRPET introduce una distinzione cruciale: quella tra deindustrializzazione assoluta e deindustrializzazione funzionale. Se la scomparsa fisica delle fabbriche è stata finora limitata a shock esogeni (2009 e 2020), la minaccia attuale è più insidiosa. Il rischio è che il territorio mantenga la produzione materiale ma perda le "fasi nobili": ricerca, design, progettazione, logistica avanzata e gestione del brand.

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Oggi, presidiare il marchio e la distribuzione è infinitamente più remunerativo della mera esecuzione tecnica. Senza il controllo di queste fasi, il sistema toscano diventa "strategicamente debole": un insieme di terzisti competenti ma subordinati a committenti esterni che decidono prezzi, volumi e localizzazione.

"La transizione va governata e non subita. Senza una base produttiva solida non c'è futuro per il lavoro: le istituzioni devono costruire le condizioni perché innovazione e occupazione crescano insieme." afferma Dario Danti, Assessore comunale al Lavoro.

Per decenni, la micro-impresa è stata il cuore pulsante dei distretti toscani, protetta da una rete di relazioni che generava apprendimento e flessibilità. La globalizzazione ha spezzato questi legami territoriali. Oggi, senza la protezione del distretto, la piccola dimensione si trasforma in isolamento e fragilità. I mercati globali richiedono funzioni strategiche che una micro-azienda non può sostenere da sola:

  • Accesso ai mercati finali: Per superare la dipendenza dai soli committenti intermedi.
  • Controllo della proprietà intellettuale: Per trattenere il valore della progettazione.
  • Digitalizzazione e gestione dati: Per navigare la complessità delle filiere moderne.
  • Standard di sostenibilità: Per rispondere alle richieste di tracciabilità ambientale.
  • Governo del Brand: Per difendere il valore simbolico e commerciale del prodotto.

La perdita di valore aggiunto non è solo un limite tecnologico, ma un deficit di potere di mercato. Il confronto storico è impietoso: a metà degli anni Settanta, un peso della manifattura sul PIL pari al 17% sosteneva una crescita del 3,5%; oggi, quello stesso 17% convive con una crescita che fatica a superare lo 0-1%. La qualità del nostro impegno industriale è cambiata radicalmente.

Il caso della Moda è emblematico: nonostante sia un pilastro regionale, soffre di una costante dispersione di valore verso l'estero, che oggi supera il 50%. Ancora più paradossale è la Farmaceutica: un settore in boom dove però solo il 6% del valore aggiunto generato dalla domanda di input resta in Toscana, mentre il 74% finisce fuori dai confini nazionali. Produciamo molto, ma il guadagno "nobile" defluisce verso chi controlla i brevetti e la distribuzione globale.

In un contesto geopolitico volatile, dove mercati come Cina, Russia e USA rappresentano il 25% del valore aggiunto dell'export toscano, la stabilità non può più dipendere solo dall'esterno. Il Rapporto suggerisce una tesi potente: sostenere il reddito delle famiglie (nidi gratis, sanità, trasporti) non è semplice assistenza, ma una infrastruttura macroeconomica fondamentale.

Il welfare stabilizza la domanda interna europea, l'unico vero "porto sicuro" contro le turbolenze globali. Esiste un circolo vizioso: i bassi margini frenano gli investimenti, la produttività ristagna, i salari restano al palo e la domanda interna si contrae. Rompere questo ciclo con politiche di welfare significa garantire alle imprese un mercato di sbocco solido e prevedibile, premessa indispensabile per ogni investimento a lungo termine.

Il vero campanello d'allarme arriva dal Margine Operativo Lordo. I dati mostrano una polarizzazione estrema: la crescita della redditività è riservata esclusivamente a una ristretta élite (l'80-85esimo percentile delle imprese), ovvero a chi ha saputo risalire la filiera. L'impresa mediana, invece, ristagna in termini nominali, il che significa che in termini reali sta rimpicciolendo.

A questa erosione dei margini si aggiunge la "tassa" energetica: un deficit nazionale nei prodotti energetici che oscilla tra i 50 e gli 80 miliardi di euro, drenando risorse che dovrebbero alimentare l'innovazione. Senza margini non c'è innovazione, e senza innovazione il ricambio generazionale fallisce: nessuno eredita un'impresa che non genera profitto reale.

La Toscana non può più permettersi di rincorrere le singole vertenze. Come sottolineato da Valerio Fabiani, non basta più gestire l'emergenza: serve una strategia sistemica. Il "Nuovo Patto per la Toscana" proposto da Luca Rossi Romanelli – centrato su energia, infrastrutture e formazione – indica la strada di una responsabilità condivisa.

La sfida finale è la creazione di "Soggetti Collettivi" – consorzi evoluti, reti d'impresa, piattaforme comuni – capaci di agire come coordinatori della filiera locale. Solo così la piccola impresa toscana potrà uscire dall'isolamento.

Il futuro del nostro sistema produttivo dipende dalla capacità di generare "imprese leader" che trattengano sul territorio l'intelligenza e il controllo dei processi. Il rischio, altrimenti, è quello di restare eccellenti figuranti in un'economia governata altrove.

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