TARI a Firenze: pagare di più mentre il Comune incassa
Nonostante le promesse elettorali di efficienza e modernità, la cifra da pagare continua a lievitare, prosciugando i bilanci domestici in una città dove il costo della vita è già ai limiti della sostenibilità.
Ma dietro questo rincaro non c'è solo un calcolo matematico; c'è un paradosso politico e contabile. Com’è possibile che, mentre ai cittadini viene chiesto l'ennesimo sacrificio, l'azienda che gestisce i rifiuti si permetta il lusso di staccare assegni milionari per i suoi soci?
Il grido d'allarme lanciato da Guglielmo Mossuto, capogruppo della Lega, squarcia il velo su un'operazione che ha il sapore amaro. Mentre l'Amministrazione Funaro ratifica l'aumento delle tariffe, Alia Plures — il braccio operativo della gestione rifiuti — mette a bilancio una distribuzione di dividendi che supera i 34 milioni di euro.
È qui che il cortocircuito diventa palese: il Comune di Firenze, in veste di socio, incassa la sua quota di utili (soldi che i cittadini hanno già versato con le bollette precedenti) e contemporaneamente autorizza nuovi aumenti per coprire i costi del servizio. È una partita di giro in cui l'unico a perdere è sempre il cittadino. Quei 34 milioni rappresentano un surplus che dovrebbe essere immediatamente reinvestito per abbattere le tariffe o potenziare un servizio palesemente deficitario, anziché finire nel calderone del bilancio comunale per alimentare altre voci di spesa.
"Il Pd è maestro nell'aumentare tasse o imposte varie ai cittadini ed anche a Firenze non si smentisce... temiamo che, conoscendo il modus operandi dei Sinistri, [l'invito a usare i dividendi per azzerare l'aumento] sia destinato a cadere nel vuoto, con grande 'soddisfazione' dei fiorentini. Per dirla come il grande Totò: 'E io pago...'" commenta Guglielmo Mossuto.
L'analisi tecnica di Paolo Bambagioni (Lista Schmidt) non lascia spazio a interpretazioni: il progetto Multiutility, dopo quattro anni di gestazione e proclami, ha mancato ogni singolo obiettivo strategico. Siamo di fronte a una tripla disfatta che pesa come un macigno sulla "visione" politica della maggioranza:
- Tariffe: Invece della riduzione promessa, assistiamo a una scalata inarrestabile dei costi.
- Impianti: Lo sviluppo infrastrutturale è rimasto sulla carta, lasciando la Toscana in una cronica carenza di autonomia nel ciclo dei rifiuti.
- Servizio: La qualità percepita (e reale) della raccolta è ai minimi storici, con strade sporche e sistemi di ritiro inefficienti.
La "responsabilità politica" è un filo rosso che lega l'era Nardella alla gestione Funaro. La critica più feroce riguarda la selezione della classe dirigente, con figure come Nicola Irace, scelte — secondo le opposizioni — più per fedeltà agli apparati che per una reale capacità di visione industriale. È il trionfo della continuità politica sulla competenza tecnica, un sistema che protegge sé stesso mentre il servizio pubblico affonda.
Entriamo nel cuore dell'inchiesta: la salute finanziaria di questo gigante dai piedi d'argilla. Bambagioni denuncia un "pesante indebitamento" e una "esposizione bancaria" preoccupante. Qui risiede l'azzardo morale: una società che ricorre pesantemente al credito bancario e poi decide di distribuire 34 milioni di dividendi sta seguendo una logica finanziaria spericolata, tipica di chi vuole mostrare muscoli che non ha.
Questo è il "Robin Hood al contrario": un sistema che toglie risorse alla collettività attraverso tasse gonfiate per alimentare un sistema di potere, nomine e dividendi che servono a tappare i buchi dei bilanci politici. L’arroganza del potere si manifesta anche nell'opacità con cui viene gestito il patrimonio pubblico: il caso Montedomini è l'esempio plastico di questa deriva, dove la gestione della "cosa pubblica" diventa un affare riservato, lontano dagli interessi dei cittadini e della trasparenza.
"Siamo di fronte a un Robin Hood al contrario, che toglie ai poveri e ricompensa i ricchi?" ironizza Paolo Bambagioni.
C'è un dettaglio che emerge dal lavoro della Commissione Controllo: siamo andati a un passo dal baratro economico. Solo grazie a un'attività di vigilanza serrata e all'intervento dell'ATO Toscana Centro, è stato possibile "neutralizzare" circa 22 milioni di euro di costi di struttura che la Multiutility stava per scaricare direttamente sulle bollette.
Si trattava di costi interni, fardelli burocratici e inefficienze gestionali che l'amministrazione avrebbe tranquillamente fatto pagare ai fiorentini se non ci fosse stato chi ha alzato la voce. La cosa più grave? Questo lavoro di trasparenza è stato sistematicamente denigrato e ostacolato dalla maggioranza in Consiglio, che ha tentato di silenziare i dubbi delle opposizioni tacciandoli di ostruzionismo. I fatti, oggi, dicono che quei dubbi erano fondati.
Il bilancio finale è impietoso: Firenze è prigioniera di un meccanismo che genera profitti per la politica e debiti (o tasse) per i cittadini. Da un lato abbiamo 34 milioni di utili distribuiti in presenza di debiti bancari, dall'altro un tentativo sventato di scippare altri 22 milioni dalle tasche dei contribuenti per coprire i costi di una struttura elefantiaca.
Siamo di fronte a una classe dirigente debole, che preferisce affidarsi a fedelissimi piuttosto che a manager capaci di risanare il sistema. La Multiutility, nata con il vessillo dell'efficienza, si è trasformata in un moltiplicatore di costi e in un paracadute finanziario per il Comune.