Scandalo Montedomini verso la resa dei conti?

Redazione Nove da Firenze

Firenze vive una delle crisi abitative più feroci degli ultimi decenni, eppure il suo polmone di assistenza storica sembra aver smesso di respirare per i cittadini per iniziare a fatturare con i turisti. L’ASP Montedomini, nata per dare un tetto agli ultimi, si trova al centro di quello che appare come un cortocircuito istituzionale. Com’è stato possibile che i beni donati nei secoli con la promessa solenne di assistere i bisognosi siano stati trasformati in asset da rendita per il mercato extra-alberghiero?

Il caso Montedomini è l’esito di una gestione che ha smarrito la propria bussola etica, trasformando una missione sociale in una operazione immobiliare. Quando la promessa fatta ai donatori viene tradita, a sgretolarsi non è solo un bilancio, ma il patto di fiducia tra la cittadinanza e le istituzioni che dovrebbero tutelarla.

L’analisi dei contratti rivela una sproporzione che sfida la logica della buona amministrazione pubblica. Il caso emblematico è via Guelfa 83: l’ASP incassa un canone mensile di 9.000 €, ma le stime sui ricavi potenziali per il gestore privato, basate sui prezzi medi di mercato e sull’occupazione turistica fiorentina, superano i 47.000 €.

Siamo di fronte a una "marginalità quadruplicata" che finisce nei bilanci dei privati. Mentre l'ente pubblico si accontenta delle briciole, il privato banchetta su un patrimonio che appartiene alla città. Come denunciato dai rappresentanti di Firenze Democratica: "Esprimiamo il nostro stigma verso l'uso di un patrimonio pubblico per turisti, con lauta rendita che ne ricava il privato, e chiediamo che si faccia chiarezza su quanto avvenuto, cambiando radicalmente rotta per il futuro."

L’operazione sembra poggiare su fondamenta giuridiche fragilissime. Il regolamento interno di Montedomini riconosce solo due destinazioni d’uso: abitativa e non abitativa. La destinazione turistico-ricettiva non è prevista. Eppure, nei bandi per via Guelfa 77, via Guelfa 83 e via Guelfa 81, è spuntata una clausola che autorizza "sin d'ora" l'uso extra-alberghiero.

Si tratta di una violazione volontaria delle proprie regole. L’articolo 8 del regolamento imporrebbe inoltre la pubblicazione delle assegnazioni, ma per l’immobile di via Guelfa 81 non esiste traccia di graduatoria. In questo scenario si inserisce il "mistero del CIN": un codice identificativo nazionale per via Guelfa 81 registrato nel luglio 2024 da un soggetto che non era ancora legalmente il conduttore. Sul punto, Dmitrij Palagi è netto: "Il regolamento dell'Azienda non prevede in nessun punto l'uso turistico: quella clausola nei contratti non ha base regolamentare."

Chi sono i soggetti capaci di aggiudicarsi contratti blindati fino a 18 anni su immobili di pregio? Spiccano società con capitali sociali minimi di 1.000 €, costituite a ridosso dei bandi. È il caso della realtà che gestisce via Guelfa 81 e via dell'Albero 10, fondata da due cittadini marocchini nell'aprile 2023, appena un mese prima del bando, ma operativa solo dal marzo 2025.

Mentre queste startup fragili ottengono gestioni pluridecennali, il sistema espelle chi ha finalità sociali. In un bando, una cooperativa che gestisce case famiglia per donne vittime di violenza è stata esclusa perché ha offerto solo 13 euro in meno rispetto al concorrente. È l'effetto di un regolamento che ha cancellato ogni criterio sociale per premiare esclusivamente il prezzo, trattando il welfare come una gara al rialzo.

Il meccanismo dello "scomputo" rappresenta il colpo finale alle casse pubbliche. I costi delle ristrutturazioni sostenuti dai privati vengono scalati dai canoni di locazione. Questo significa che Montedomini, per i primi anni, non vede un solo centesimo.

Le cifre sono pesanti: 406.500 € per via Guelfa 83, 130.000 € per via Guelfa 81 e 50.000 € per via Guelfa 77. Per i primi 3 o 4 anni, mentre il privato incassa migliaia di euro dai turisti sfruttando l'immobile già operativo, l'ente che dovrebbe assistere i poveri resta a secco di liquidità. Il pubblico si assume il rischio e rinuncia all'incasso immediato, regalando al privato un vantaggio competitivo immenso.

Per capire questo disastro bisogna guardare alle cifre del Comune di Firenze. Tra il 2016 e il 2022, i finanziamenti verso Montedomini sono crollati da oltre 5 milioni a soli 200.000€. Questo taglio drastico è il "peccato originale": togliendo ossigeno finanziario, il Comune ha di fatto costretto l'ente a comportarsi come un fondo immobiliare speculativo.

In questo quadro di deserto istituzionale, emerge la figura di Luigi Paccosi, Presidente di Montedomini dal 2014 al 2024. Paccosi risulta essere stato nominato, il 27 giugno 2025, amministratore di Italianroom, un'agenzia turistica privata. Un intreccio che solleva dubbi pesantissimi su opportunità e conflitti di interessi. Davanti a tutto questo, la politica ha risposto con quello che Luca Santarelli definisce un "muro di silenzio": "Grande preoccupazione su un caso divenuto di interesse nazionale, un continuo silenzio che unito alle assenze di chi dovrebbe riferire creano allarme."

Possiamo continuare a considerare il patrimonio sociale come una miniera da scavare per alimentare il turismo di massa, oppure possiamo tornare a onorare i lasciti dei nostri concittadini. Le riforme necessarie sono urgenti: ancorare i canoni agli accordi territoriali, escludere le società a scopo di lucro dai bandi sociali e ripristinare la finalità statutaria di Montedomini. Se i beni donati per i poveri diventano hotel di lusso mentre migliaia di persone non trovano casa, non è solo un errore burocratico: è il fallimento morale della città. Cosa resta del patto sociale di Firenze se il suo cuore diventa un albergo?