Più formazione e meno emergenza: la lezione di Magherini

Redazione Nove da Firenze

La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna mentre si trovava in custodia dello Stato, ammanettato sull’asfalto, è il sintomo di una crisi profonda del contratto sociale. Quando lo Stato esercita il suo monopolio della forza, contrae un impegno implicito: quello della tutela assoluta della vita e della dignità di chi viene privato della libertà o della capacità di agire. Quando questo equilibrio si spezza, ci troviamo di fronte a un fallimento istituzionale che va oltre la responsabilità del singolo operatore.

Secondo la Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva le proposte politiche di soluzione rivelano un sistema che, per gestire l'emergenza, ricorre sistematicamente a scorciatoie: burocratiche, farmacologiche o normative. 

Di fronte a soggetti in stato di grave agitazione, infatti l'opinione pubblica è tentata di  invocare la sedazione come un interruttore per "spegnere" il problema e garantire la sicurezza. Tuttavia, la SIAARTI chiarisce che la gestione farmacologica dell'agitazione non è un atto meccanico, ma una procedura medica di altissima complessità che non può essere delegata a logiche di ordine pubblico.

Il ricorso ai farmaci sedativi in contesti di emergenza comporta rischi clinici severi: depressione respiratoria, ostruzione delle vie aeree e instabilità emodinamica. Non si tratta solo di calmare un individuo, ma di gestire un paziente che può perdere i riflessi vitali. Per questo, l'intervento richiede competenze da anestesista-rianimatore e un monitoraggio costante, raramente disponibili in contesti di strada.

Quando lo Stato utilizza la medicina come strumento di contenimento, compie una scelta politica precisa: patologizzare l'agitazione per evitare la gestione complessa della crisi attraverso la de-escalation. Il farmaco diventa così un modo per "mettere a tacere" un soggetto, rinunciando alla gestione umana e clinica del conflitto.

"La sedazione non può essere considerata una manovra automatica: è un trattamento potenzialmente salvavita, ma anche capace di produrre conseguenze gravissime quando effettuato senza preparazione, monitoraggio e capacità di gestione delle complicanze." spiega il Dott. Davide Colombo, Referente SIAARTI per la Medicina Critica dell’Emergenza.

Uno degli aspetti sottolineati da SIAARTI è il vuoto normativo in cui operano sanitari e Forze dell'Ordine. Quando un cittadino manifesta un delirio acuto in uno spazio pubblico, il confine tra "intervento di sicurezza" e "atto sanitario" si dissolve in una pericolosa zona d'ombra.

Attualmente, non esistono protocolli nazionali uniformi che definiscano le responsabilità in caso di rifiuto del trattamento. Il medico si trova nel dilemma tra l'obbligo di cura e il diritto del paziente a rifiutare farmaci, mentre le Forze dell'Ordine devono garantire una sicurezza della scena che spesso confligge con le necessità cliniche.

A questo si aggiunge un "patchwork" regionale: in alcune zone d'Italia gli equipaggi di emergenza dispongono stabilmente di medici e anestesisti, in altre la risposta è affidata esclusivamente a infermieri o volontari. Questa disparità territoriale trasforma il diritto alla salute in una lotteria geografica, lasciando gli operatori soli a prendere decisioni critiche che possono portare alla morte del fermato o a gravissime conseguenze giudiziarie per chi interviene.

La morte di Fakir a Bologna ha riaperto una ferita mai rimarginata: quella di Riccardo Magherini, morto in circostanze analoghe nelle strade di Firenze. È la dimostrazione che, senza riforme strutturali, queste tragedie sono destinate a ripetersi come un macabro schema ciclico.

In risposta a questo scenario, i consiglieri comunali di AVS Ecolò, Pizzolo, Arciprete e Graziani hanno depositato una mozione per un programma permanente di formazione specialistica per la Polizia Municipale. L'idea è che la gestione del potere coercitivo non possa essere affidata all'improvvisazione del momento.

Investire nella formazione non è un atto punitivo verso le divise, ma l'unica vera forma di tutela. Significa dotare gli agenti di strumenti di de-escalation e di conoscenze tecniche su come operare un fermo senza compromettere le funzioni vitali del soggetto. Come sostenuto dai proponenti: "Più formazione significa più sicurezza per tutti". È il superamento della logica del "contenimento a ogni costo" a favore di una gestione professionale della crisi che rispetti la vita umana.

Il fallimento della tutela statale trova il suo apice nelle carceri, dove la "geometria burocratica" tenta di nascondere il disastro dei diritti umani. Il caso del carcere San Giorgio di Lucca mostra come la politica utilizzi ritocchi statistici per simulare miglioramenti inesistenti.

Tra il 2015 e il 2026, la capienza regolamentare è stata "ritoccata" al ribasso non per chiudere le celle inagibili, ma per far quadrare i conti dello spazio minimo vitale imposto dalle sentenze europee. È una forma di maquillage normativo che non cambia la realtà dei corpi.

Questa manipolazione dei numeri permette allo Stato di dichiarare formalmente il rispetto degli standard, mentre nella pratica costringe ancora tre persone a vivere in nove metri quadri, circondate da muffa e degrado. È il fallimento della funzione rieducativa della pena, trasformata in una mera "discarica sociale".

Le vicende di Bologna e la paralisi del sistema carcerario toscano ci dicono che non possiamo più accettare la gestione cronica dell'emergenza come alibi per l'inefficienza. Serve un approccio interdisciplinare — medico, giuridico e formativo — che smetta di guardare a chi è in stato di agitazione o di detenzione come a un problema di ordine pubblico da risolvere con "ritocchi" burocratici o sedativi.

Dobbiamo pretendere che la geometria dei numeri torni a coincidere con l'umanità del trattamento. Perché anche nel momento di massima tensione, di delirio o di restrizione della libertà, le persone rimangono pazienti da assistere e cittadini da tutelare.