Perché i nostri boschi bruciano e come stiamo cercando di fermarli
Ogni estate, con una puntualità quasi rituale, l’Italia brucia. Il fumo che vela l’orizzonte e l’odore acre di cenere sono diventati la colonna sonora visiva e olfattiva di una "normalità" dell’emergenza che, da esperto di politiche territoriali, non posso non definire un fallimento strutturale. Il paradosso è tutto qui: mentre ci congratuliamo per la rapidità dei soccorsi, ignoriamo deliberatamente che il fuoco è solo l’ultimo stadio di un abbandono decennale. Siamo un Paese che investe milioni in idranti ma centesimi in pianificazione, preferendo la spettacolarità dei Canadair al silenzioso lavoro di manutenzione dei boschi.
I dati della Città Metropolitana di Firenze rivelano una dinamica climatica perversa che smentisce la logica comune. Il 2026 si sta rivelando un anno nero, e la colpa è in parte dell'abbondanza di piogge della primavera precedente. Se nel 2025 le precipitazioni avevano favorito una crescita rigogliosa della biomassa, la siccità della primavera 2026 – priva di quel sollievo idrico – ha trasformato quel vigore vegetativo in un’immensa riserva di combustibile secco.
I numeri non lasciano spazio a interpretazioni: nella prima metà del 2026, gli incendi boschivi sono stati 31 ma hanno già divorato 9,5 ettari, superando l’intero 2025, dove 45 roghi avevano intaccato solo 7,1 ettari. A questo si aggiunge l'enorme carico degli incendi di vegetazione (non boschivi): ben 80 interventi su 40 ettari in pochi mesi, contro i 122 dell'intero anno precedente. L'evento più emblematico di questa recrudescenza è stato il drammatico rogo di Villore, a Vicchio, tra il 12 e il 18 luglio scorso: 5 ettari di preziosa faggeta d’alto crinale sono andati in fumo, richiedendo una mobilitazione massiccia di 25 squadre di volontari, 4 squadre forestali, 5 direttori delle operazioni e il supporto aereo di due Canadair e tre elicotteri regionali.
Nelle fasi critiche dello spegnimento, il tempo non è una variabile: è l’unico fattore che conta. Per questo l’installazione del nuovo serbatoio idrico alle Croci di Calenzano non è un semplice dettaglio tecnico, ma una mossa strategica per coprire il versante della Calvana, storicamente privo di invasi naturali.
In gergo tecnico si chiama "tempo di rotazione": la capacità di un elicottero di pescare acqua e tornare sul fronte del fuoco in meno di tre minuti. Avere una rete di invasi, che comprende ormai anche Fonte dei Seppi a Monte Morello e Torri e Ciarlico sulla Calvana, permette di trasformare una difesa passiva in un attacco fulmineo. Tuttavia, come sottolineano i vertici della Protezione Civile, la tecnologia è nulla senza il presidio umano.
"Il nostro sistema metropolitano si conferma un presidio costante per la tutela del patrimonio forestale e la sicurezza dei cittadini. Questo risultato è il frutto di una strategia precisa che unisce il potenziamento del personale, il rafforzamento della videosorveglianza, nuove infrastrutture idriche e il lavoro sinergico tra gli enti." — Massimo Fratini, Consigliere delegato alla Protezione Civile.
Ma qui nasce l'amara riflessione che ogni giornalista ambientale deve porre: mentre inauguriamo serbatoi e compriamo droni, stiamo davvero curando il malato? Mentre la tecnica avanza, la politica forestale arretra. Marco Bussone (Uncem) ha sollevato un velo d’ipocrisia: l’Italia ha 12 milioni di ettari di bosco, ma solo 2 milioni sono pianificati. I restanti 10 milioni sono "fantasmi" amministrativi che riappaiono sui radar solo quando bruciano o franano.
C’è un’ironia tragica in tutto questo: nelle città le Regioni impongono blocchi severissimi alle stufe a biomassa, a pellet e cippato per ragioni ambientali, ma poi permettono che milioni di tonnellate di legno non gestito brucino incontrollate sui versanti, rilasciando quantità massive di CO2 e inquinanti. Abbiamo reso la "motosega un tabù", trasformando boschi d'invasione che dovrebbero essere pascoli curati in bombe ecologiche pronte a esplodere. Le filiere bosco-legno sono state lasciate morire in nome di una contemplazione passiva che non è tutela, ma abbandono.
È ora di smettere di celebrare l'eroismo dell'emergenza per iniziare a pretendere l'ordinarietà della manutenzione. La posizione del Codacons è netta: non è più accettabile che la sorpresa per il caldo estivo diventi l’alibi per ritardi cronici. La vera prevenzione non si fa a luglio, ma a dicembre, pulendo i viali tagliafuoco e gestendo il sottobosco delle aree più esposte.
"Non possiamo accettare che quella degli incendi diventi un'emergenza da affrontare ogni estate con gli stessi strumenti e gli stessi ritardi. È indispensabile investire con continuità nella prevenzione, nella manutenzione del territorio, nella pulizia delle aree maggiormente esposte al rischio." denuncia Francesco Tanasi, Segretario Nazionale Codacons.
Se il quadro nazionale è a tinte fosche, il modello operativo fiorentino del 2026 offre una traccia di speranza basata sugli investimenti nelle risorse umane. Dal 20 luglio è operativa la "Terza Squadra" di operai forestali, un potenziamento reso possibile da recenti nuove assunzioni. Questa unità garantisce un presidio mobile sui territori di Scandicci, Impruneta e del Chianti Fiorentino con mezzi 4x4 attrezzati.
A coordinare questi "stivali sul terreno" c'è la Sala Operativa di via dell'Olmatello. Qui, la tecnologia delle 20 telecamere strategiche non è lasciata all'automazione, ma è gestita da un organico specializzato di 15 coordinatori e 20 addetti. È questa integrazione tra l'occhio elettronico e l'esperienza del personale specializzato che permette di intercettare il fumo prima che diventi inferno, attivando immediatamente le reti del volontariato capillare.
La protezione del territorio non può essere delegata solo alle divise e ai tecnici. Ricordare il divieto assoluto di abbruciamento residui vegetali fino al 31 agosto e l'importanza di chiamare il Numero Unico 112 al primo accenno di fumo sono doveri civici minimi.