Nuovo piano faunistico tra peste suina e cinta senese

Redazione Nove da Firenze

Durante l’approvazione del nuovo Piano Faunistico-Venatorio Regionale si è consumata una battaglia di valori tra agricoltura, caccia e protezione ambientale. Non è solo burocrazia: è uno scontro di visione sul territorio. Mentre le istituzioni celebrano un presunto equilibrio, i dati raccontano una realtà diversa.

Uno dei punti più caldi sollevati dal WWF riguarda il diritto dei proprietari terrieri di sottrarre i propri fondi alla gestione venatoria. Ai sensi dell'articolo 15, comma 3, della legge 157/1992, chi possiede o conduce terreni può chiederne l'esclusione dalla "caccia programmata". Non è un dettaglio burocratico, ma un vero orologio che ha iniziato a ticchettare: questa finestra temporale rara si apre solo ogni cinque anni in coincidenza con l'approvazione del nuovo Piano.

L'appello delle associazioni è perentorio: i proprietari devono "attivarsi subito". Superata questa scadenza, il diritto di vietare le doppiette sul proprio fondo rimarrà congelato per un lustro. La tensione è evidente: da un lato il diritto di proprietà, dall'altro una normativa regionale accusata di porre limitazioni "in contrasto con la legislazione nazionale" e con i più recenti orientamenti della giurisprudenza, che vorrebbero la fauna come patrimonio indisponibile ma non a discapito della volontà di chi il territorio lo vive e lo cura.

"L'approvazione del nuovo Piano apre infatti una finestra temporale particolarmente importante per l'esercizio del diritto previsto dall'articolo 15, comma 3, della legge 157/1992. Si tratta di un'opportunità che non si ripresenterà per cinque anni e che consente ai cittadini di esprimere concretamente la propria volontà riguardo alla presenza della caccia sui propri fondi" commentano dal WWF Toscana.

Se la politica parla di "svolta", i numeri di Apuane Libere e WWF descrivono  immobilismo. La superficie protetta destinata alla tutela della fauna resta inchiodata al 23%, ignorando l'obiettivo del 30% stabilito dalla Nature Restoration Law e dalla Strategia Europea per la Biodiversità al 2030.

L'analisi tecnica rivela criticità che vanno ben oltre le percentuali. L'intera architettura del Piano poggia su pareri scientifici fermi al 2021, un disallineamento temporale che rende il documento già obsoleto rispetto alle mutazioni ecologiche attuali. La denuncia dei movimenti ambientalisti si fa circostanziata: nelle aree Natura 2000 rimangono attivi ben 1.830 appostamenti fissi di caccia, manca un divieto esplicito per le munizioni al piombo (altamente tossiche per l'ecosistema) e, dato ancor più crudo, resta permessa la caccia alla volpe in tana persino durante il delicato periodo riproduttivo. Elementi, questi, che trasformano il concetto di "gestione sostenibile" in un paravento per blindare lo status quo venatorio.

Per il mondo agricolo, la questione non è ideologica ma di pura sussistenza. La CIA Toscana (Agricoltori Italiani) parla di un "settore stremato" da decenni di gestione inefficiente degli ungulati. L'approvazione del Piano è accolta con un ottimismo venato di urgenza, soprattutto a causa dello spettro della Peste suina africana.

La minaccia non è solo economica: il rischio sanitario mette in pericolo l'eccellenza della biodiversità zootecnica toscana, a partire dalla Cinta senese. Per gli agricoltori, il Piano deve segnare una rottura con il passato, superando i fallimenti della governance degli Ambiti Territoriali di Caccia. La richiesta è chiara: meno burocrazia per gli abbattimenti di controllo, risarcimenti integrali e una gestione che smetta di considerare il cacciatore come l'unico attore della gestione faunistica.

"Il Piano faunistico [è] quanto mai necessario per garantire un futuro all’agricoltura toscana. Un settore stremato da un’emergenza ungulati e selvatici che va avanti da troppi decenni... deve essere un punto di svolta per il futuro dell'agricoltura" dichiara Valentino Berni, Presidente CIA Toscana.

Dietro le quinte di Palazzo Strozzi Sacrati si è consumato un "giallo" politico che spiega molto della natura di questo Piano. Come rivelato da Apuane Libere, nel novembre 2025, durante la formazione della Giunta, la delega alla pianificazione faunistico-venatoria sembrava destinata ad Alberto Lenzi, esponente di Alleanza Verdi e Sinistra). Tuttavia, con una manovra d'autorità, il presidente Eugenio Giani ha avocato a sé la competenza, blindandola sotto la propria gestione diretta.

Questo accentramento non è un mero dettaglio amministrativo. Sottrarre la materia al partner di coalizione più sensibile alle istanze ambientaliste suggerisce che il "verdetto" sul Piano fosse già scritto prima ancora che il dibattito arrivasse in aula. Una scelta pragmatica per silenziare le ali radicali e garantire un testo che non scontentasse eccessivamente il potente bacino elettorale dei cacciatori toscani.

Il via libera al Piano ha innescato una violenta polemica tutta interna alla maggioranza e ai suoi satelliti. Mentre il Movimento 5 Stelle, attraverso i consiglieri Rossi Romanelli e Galletti, rivendica un approccio "proattivo" che avrebbe spostato il testo su posizioni più ambientaliste rispetto alla bozza iniziale, Alleanza Verdi e Sinistra viene accusata di fare "mera testimonianza" e di diffondere "falsità" per propaganda.

Questa frattura politica certifica che il Piano non è un punto di arrivo, ma l'inizio di una fase di attuazione che si preannuncia tempestosa. La realtà è che la Toscana resta sospesa tra la necessità di proteggere i suoi ecosistemi e le pressioni di categorie economiche contrapposte.