L’illusione della tenuta: alla Toscana non basta più resistere
Per l’osservatore distratto, la Toscana resta l'immutabile cartolina del "buon vivere": colline ondulate, città d'arte e un turismo che macina record. Ma dietro questa facciata rassicurante, il Rapporto IRPET 2026 rivela una realtà fatta di luci e ombre profonde. La regione ha dimostrato una resilienza ammirevole di fronte agli shock pandemici e geopolitici, ma oggi la "tenuta" non è più un valore sufficiente. Con una crescita del PIL ferma allo 0,5% annuo per il prossimo biennio, la Toscana si trova in una zona grigia: non è in recessione, ma nemmeno in salute. La sfida per la prossima generazione non si vince tra i tavolini dei caffè, ma ai cancelli delle fabbriche e alle scrivanie dei centri di ricerca. Se non trasformiamo la capacità di resistere in una strategia di crescita reale, la cartolina rimarrà intatta, ma il benessere sociale che essa rappresenta è destinato a sbiadire.
Esiste un pregiudizio pericoloso secondo cui l’industria sia un reperto del passato, scollegato dal moderno mondo dei servizi. I dati smentiscono categoricamente questa visione: un terzo della produzione dei servizi toscani è attivato direttamente dalla domanda della manifattura. Logistica, consulenza avanzata, manutenzione e trasporti respirano solo se l'industria corre. Quando il motore manifatturiero perde giri, l'onda d'urto colpisce l'intero corpo sociale, riducendo le risorse per il welfare e i consumi. Come sottolineato con forza durante la presentazione del rapporto:
"Non c'è una Toscana forte senza un'industria forte. È la manifattura che genera innovazione, produttività, ricerca, occupazione qualificata e valore per l'intero sistema economico." dichiara Russo, Segretaria Generale Cisl Toscana
Il vero spettro che si aggira per la regione non è la chiusura fisica degli stabilimenti, ma la cosiddetta deindustrializzazione funzionale. È un processo subdolo: le fabbriche restano sul territorio, ma i "cervelli" dell'impresa migrano altrove. La Toscana rischia di scivolare nel ruolo di mera "officina" per conto terzi, perdendo il controllo delle leve che generano il valore aggiunto più elevato. Se perdiamo le funzioni di comando, perdiamo la capacità di determinare i margini e, di conseguenza, i salari. Le funzioni strategiche oggi sotto assedio sono:
- Ricerca e Sviluppo (R&D): Il fulcro dell'innovazione tecnologica.
- Design e Progettazione: Dove si definisce l'identità e il valore del prodotto.
- Gestione del Marchio (Branding): Il controllo del prezzo sul mercato finale.
- Ingegnerizzazione e Logistica Avanzata: La gestione dei dati e dei flussi complessi.
Il mercato del lavoro toscano sta vivendo una sorta di "illusione occupazionale". Gli addetti crescono (+1% nel primo trimestre 2026), ma siamo prigionieri di un effetto di composizione perverso. Mentre la manifattura — il settore a più alta produttività — cresce appena dello 0,4-0,5%, il grosso dell'occupazione si sta spostando verso comparti come il turismo e i servizi alla persona, dove la capacità di generare valore è strutturalmente più bassa. Questa migrazione interna penalizza la produttività media regionale: creiamo posti di lavoro, ma stiamo perdendo la capacità di generare ricchezza reale. Il risultato inevitabile è una stagnazione dei salari medi che lascia le famiglie vulnerabili all'erosione del potere d'acquisto.
L'export toscano è un gigante dai piedi d'argilla. Se da un lato celebriamo il boom della farmaceutica (+21%), dall'altro dobbiamo fare i conti con una fragilità strutturale: il 45% delle nostre esportazioni è legato a mercati distanti o geopoliticamente instabili. L'impatto dei dazi statunitensi ha offerto una lezione magistrale sulla resilienza selettiva delle nostre imprese. In settori come l'agroalimentare e il tessile, molte aziende sono state costrette a comprimere i prezzi all'osso pur di non perdere i volumi. Al contrario, comparti come la pelletteria e la farmaceutica hanno mostrato un aumento dei "valori medi unitari": qui il mercato ha operato una selezione naturale, premiando i prodotti di fascia altissima, meno sensibili ai rincari tariffari. La Toscana del futuro deve decidere se competere sul prezzo o sul valore.
Il PNRR sta dotando la regione di nuovi asili nido, case della salute e scuole, ma ogni nuova infrastruttura porta con sé un "conto" che graverà sui bilanci locali. Una volta completate le opere, i costi di gestione, personale e manutenzione ammonteranno a circa 123 milioni di euro all'anno per i comuni toscani. Per il comune mediano, questo stress finanziario rappresenta il 2,6% della spesa corrente. Sebbene per la maggior parte delle amministrazioni si tratti di una cifra gestibile, il rischio è sistemico per i comuni più piccoli e vulnerabili. La sfida sarà trasformare questi costi in investimenti sociali che aumentino la partecipazione al lavoro (specialmente femminile), evitando che le nuove mura diventino cattedrali nel deserto finanziario.
Sul fronte energetico, la Toscana gode di un privilegio raro: la geotermia. Grazie a questa fonte, il mix elettrico regionale è coperto per il 50% da rinnovabili, un dato superiore alla media nazionale. Tuttavia, questa è solo una faccia della medaglia. Nonostante l'eccellenza elettrica, la regione soffre ancora di un deficit elettrico del 21,2% rispetto al proprio fabbisogno. Ma il dato più crudo è un altro: se consideriamo i trasporti e il riscaldamento, i combustibili fossili soddisfano ancora l'80% dell'intero fabbisogno energetico totale. La transizione non è che all'inizio; l'autonomia energetica non è solo un obiettivo green, ma una necessità di sicurezza economica per proteggere le imprese dai capricci dei mercati internazionali.
La Toscana non è al tramonto, ma è ferma in una stasi pericolosa. La semplice "tenuta" dei conti e dell'occupazione nasconde un progressivo indebolimento del nostro DNA industriale. Per tornare a crescere, occorre un cambio di paradigma nelle relazioni industriali e nelle politiche regionali, mettendo al centro la reindustrializzazione e l'upgrade funzionale delle nostre filiere.