Educare per fermare la violenza di genere

Redazione Nove da Firenze

Se da un lato la sensibilità collettiva verso la violenza di genere sembra aver raggiunto una massa critica senza precedenti, dall'altro la cruda realtà dei numeri non arretra di un millimetro. La violenza non è un'emergenza meteorologica o un'improvvisa esplosione di follia, ma il sedimento di una cancrena culturale. Per spezzare questa catena, non basta l'indignazione del giorno dopo; occorre un’analisi civile che trasformi la cronaca in consapevolezza politica e sociale. È tempo di distillare i punti chiave del dibattito attuale per tracciare la rotta verso un cambiamento che sia, finalmente, strutturale.

Il rispetto non è un abito che si indossa per convenzione in età adulta; è un valore che va coltivato mentre l’identità è ancora in fase di formazione. La vera rivoluzione deve avvenire nelle aule, dove si formano i cittadini di domani. È questo lo spirito dell’accordo che verrà siglato il 15 settembre a Palazzo Strozzi Sacrati tra la Regione Toscana, l’Università di Firenze e la Fondazione Giulia Cecchettin. L'obiettivo è ambizioso: formare gli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria affinché diventino sentinelle capaci di decostruire gli stereotipi di genere prima che si trasformino in pregiudizi tossici.

"Il progetto 'Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia', nato dalla sinergia tra l’assessora Cristina Manetti e il presidente Gino Cecchettin, rappresenta un impegno istituzionale formale per contrastare gli stereotipi nei contesti educativi. È una scommessa sulla prevenzione primaria, volta a promuovere una cultura della non violenza attraverso la formazione scientifica curata dal Dipartimento di Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze."

Le parole che usiamo non si limitano a descrivere la realtà; la creano. Alessandra Innocenti, vice capogruppo PD a Palazzo Vecchio, ha sollevato una questione terminologica che è un vero atto di civiltà: l'orrore che proviamo davanti a certi titoli di giornale nasce da una narrazione che ci rende, a tratti, "arrese". Dobbiamo smettere di parlare di "omicidio-suicidio" come se fosse un tragico patto d'amore finito male. È necessario parlare di omicidio-codardia. Chi sceglie di annientare la vita altrui e poi sottrarsi al giudizio non compie un gesto tragico, ma un atto di estrema viltà. Cercare "motivazioni" o giustificazioni psicologiche per l'aggressore significa, di fatto, normalizzare la sopraffazione. 

Dobbiamo avere il coraggio di sfidare il dogma della famiglia come unico porto sicuro. Lo slogan "Dio, patria e famiglia" spesso nasconde una realtà ben diversa: non tutte le case sono "del Mulino Bianco". In molti contesti domestici, i giovani respirano quotidianamente dinamiche di superiorità del padre sulla madre, assorbendo modelli di possesso spacciati per affetto. In questo scenario, la scuola deve agire come un ambiente super partes, professionale ed equilibrato. L’educazione sesso-affettiva deve diventare materia curricolare non per "sostituirsi" ai genitori, ma per offrire ai ragazzi figure di riferimento esperte e neutrali, capaci di insegnare che l'altro è un soggetto di diritti, mai un oggetto di proprietà.

Un dato scioccante emerge dal Centro Artemisia: è in costante aumento il numero di ragazze sotto i 30 anni che denunciano stalking e aggressioni fisiche proprio nelle loro prime relazioni. È un paradosso doloroso: generazioni nate in un clima apparentemente più libero riproducono dinamiche di possesso arcaiche. Queste giovani donne spesso non trovano il coraggio di parlare in famiglia, temendo di non essere comprese o di alimentare conflitti domestici; trovano invece forza nelle scuole, grazie a progetti dedicati e operatori competenti. Questo ci dice che la scuola non è solo un luogo di istruzione, ma spesso l'unico presidio di salvezza per chi sta vivendo i primi sintomi di una relazione tossica.

Se da un lato si assiste a una retorica che invoca l'inasprimento delle pene, dall'altro si assiste al definanziamento della prevenzione. Dal 2023, il governo attuale ha operato tagli di circa il 70% ai fondi per i centri antiviolenza, costringendo molte strutture a sopravvivere grazie alla beneficenza. È un errore strategico fatale: l’inasprimento delle pene è un atto postumo. Come sottolineato da Alessandra Innocenti, "nel momento in cui l'aggressore entra in commissariato, la donna è già morta". Dobbiamo investire sui centri per "uomini maltrattanti" – di cui Firenze è stata precursore in Italia – per intervenire sul malessere maschile prima che esploda. La punizione senza prevenzione è la certificazione di una sconfitta collettiva.

Fermare questa strage richiede la formazione di "nuovi cittadini", come auspicato dall'associazione Il Gomitolo. Persone imbevute di principi di solidarietà e rispetto, che intendano la legalità non come un concetto astratto, ma come il vissuto quotidiano del limite e dell'altro.

Lorena Isceri, uccisa da chi pretendeva di possederla, è oggi il simbolo di tutte le sopraffazioni. La sua morte coincide con le stesse dinamiche di dominio che vediamo agire nei contesti criminali. La legalità inizia dal riconoscimento che la vita umana non è un possedimento di nessuno. La lotta alla violenza di genere non è una questione "femminile", ma il banco di prova della nostra tenuta democratica.