​Caso Montedomini: il giallo dei fondi fantasma

Redazione Nove da Firenze

Il 15 luglio scorso, gli attivisti della rete "Salviamo Firenze X Viverci" hanno scoperchiato il vaso di Pandora in via Guelfa 81. Quello che hanno trovato nel centro storico è un patrimonio immobiliare che stride con la realtà di una città soffocata dall’emergenza abitativa: appartamenti di proprietà della ASP Montedomini che sembrano in una dimensione parallela, sospesi tra il prestigio del mattone e l'abbandono della missione sociale.

Oggi, il Direttore Generale della Fondazione CR Firenze, Gabriele Gori, ha rotto gli indugi dichiarando la necessità di "potenziare il management" di Montedomini per affrontare "tempi complessi". Non è un semplice suggerimento, ma un affondo che mette a nudo una sovrapposizione: un ente privato che indica la rotta dirigenziale di un'azienda pubblica.

Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) solleva evidenzia come chi finanzia sia diventato, di fatto, chi decide chi deve amministrare: "Il direttore generale di un ente privato indica quali dirigenti debba avere un'azienda pubblica di cui la sua fondazione è cofinanziatrice, e nel cui organo di indirizzo siede il vertice di quell'azienda su designazione del Comune."

L'inchiesta che potrebbe partire a seguito dell'esposto approfondirà le dinamiche delle nomine? Il caso di Maurizio Frittelli è emblematico di un sistema. Già al vertice di Montedomini, è stato nuovamente designato dal Comune nel Comitato di Indirizzo della Fondazione CR Firenze con il Decreto n. 29 del 26 giugno 2025.

Il dato politico che certifica lo svuotamento della partecipazione democratica è il crollo dell'interesse pubblico: nel 2021 erano pervenute sette dichiarazioni di disponibilità per quella carica; nel 2025 una sola. Eppure, il Comune ha dichiarato che ogni verifica su incompatibilità e conflitti di interesse spetta "esclusivamente" alla Fondazione stessa. Si è rotto il principio cardine della trasparenza amministrativa? Chi riceve non deve sedere dove si decide chi riceve.

Analizzando i flussi finanziari tra la Fondazione e la galassia Montedomini, i numeri rivelano un'opacità. Tra il 2009 e il 2025, la Fondazione ha deliberato erogazioni per un totale di 1.724.000 euro. In questo mare di denaro, spicca un'anomalia:

I documenti contabili non mentono: l'ASP Montedomini sta scivolando verso una logica da agenzia immobiliare. I dati mostrano che la gestione degli immobili locati copre ormai il 108,4% dei costi generali di struttura (dato 2025), contro il 67,3% di soli cinque anni prima.

Questa mutazione ha un costo umano. Lorenzo Masi (M5S) denuncia come i criteri sociali siano stati eliminati dai bandi di gara. Il caso della Cooperativa Chicco di Grano è la prova: una realtà che assiste donne vittime di violenza è stata superata per pochi euro perché il valore sociale del progetto non era più un criterio di valutazione. L'ente ha scelto di massimizzare il rendimento economico, tradendo la propria natura di custode dei lasciti destinati ai più deboli.

Anche sul fronte delle grandi opere, la narrazione trionfale della politica si scontra con la realtà dei documenti. Sebbene il 7 luglio 2026 sia stato inaugurato il primo lotto del Villaggio Montedomini (15 appartamenti), il progetto complessivo è stato mutilato.

A seguito di una rimodulazione autorizzata nell'aprile 2026 e formalizzata con determina del 18 giugno 2026, i 21 appartamenti del secondo lotto sono usciti dagli obiettivi del PNRR. In sostanza, una parte fondamentale dell'intervento è rimasta priva di copertura finanziaria e di certezze temporali. Mentre le autorità tagliano nastri, il futuro dell'assistenza abitativa per gli anziani viene sacrificato sull'altare di "rimodulazioni" burocratiche che sanno di fallimento.

Entro il 28 ottobre 2026, le fondazioni di origine bancaria dovranno adeguare i propri statuti all'Addendum ACRI-MEF. Questa è l'ultima chiamata per imporre una regola di civiltà: estendere il divieto di sedere negli organi di indirizzo a chiunque gestisca enti che ricevono fondi ricorrenti. È l'unica via per evitare che il patrimonio della città diventi un "giardino privato" della finanza locale.