Attacco alla stampa in Consiglio comunale ad Arezzo
La frase è stata pronunciata dal Presidente del Consiglio comunale di Arezzo, Francesco Lucacci, durante la seduta del 31 luglio 2026. Quando chi siede su uno scranno di garanzia erode pubblicamente la credibilità del sistema informativo, non sta esercitando il diritto di critica: sta minando le fondamenta il patto democratico. L'episodio ha scatenato l'immediata reazione dell'Ordine dei Giornalisti della Toscana, sollevando un interrogativo che riguarda tutti noi: cosa accade alla democrazia quando le istituzioni cessano di essere i custodi del pluralismo per diventarne detrattori?
L’affermazione di Lucacci rappresenta, nelle parole di Giampaolo Marchini, Presidente dell'OdG Toscana, una "generalizzazione populista" che tradisce la deontologia istituzionale richiesta a chi ricopre una carica super partes. La critica puntuale su un singolo errore è legittima, ma l'accusa indiscriminata verso un’intera categoria professionale è un atto che scivola verso il disprezzo per le funzioni di controllo.
Per un garante delle istituzioni, indulgere in simili semplificazioni non è solo una "caduta di stile", ma un errore democratico che ignora il ruolo costituzionale della stampa. C’è un paradosso letale in questa condotta: screditare i media professionali in un’epoca dominata dall'infodemia significa, di fatto, spianare la strada a quelle stesse fake news che la politica dichiara di voler combattere. Disarmando la stampa, l'istituzione rende il cittadino più vulnerabile alla menzogna.
"Rimaniamo stupiti e amareggiati di questa generalizzazione populista nei confronti di chi esercita, lo ricordiamo, un diritto previsto dall'articolo 21 della Costituzione. In una fase storica in cui tutti siamo aggrediti dalle fake news, che impediscono la concreta comprensione della realtà che circonda tutti noi, consentendo di esercitare i propri diritti di cittadini consapevoli e attivi, denigrare e infamare un'intera categoria, da parte di chi sta nelle istituzioni, è prima di tutto una caduta di stile, poi un errore democratico, infine qualcosa di inaccettabile da parte dell'Ordine dei giornalisti e dei giornalisti tutti."
È necessario ribadire un concetto spesso dimenticato nel fragore della polemica politica: la libertà di stampa non è un "bonus" concesso ai giornalisti, ma lo scudo dei cittadini. Come sottolineato da Marchini, l’informazione corretta è la precondizione per l’esercizio della sovranità popolare. Senza una stampa libera di analizzare, verificare e, se necessario, contestare l’azione amministrativa, il cittadino cessa di essere un soggetto "consapevole e attivo" per ridursi a spettatore passivo del potere.
Denigrare la categoria significa, in ultima analisi, offendere il diritto della collettività a conoscere i fatti. Se l'istituzione promuove il sospetto sistematico verso chi informa, essa non sta difendendo la "verità", ma sta cercando di rendersi insindacabile.
Anche il consigliere Pd Vincenzo Ceccarelli ha espresso una critica severa riguardo alle responsabilità di chi presiede un organo collegiale. Il Presidente del Consiglio comunale incarna una funzione di garanzia che dovrebbe trascendere la dialettica di parte. Alimentare un "clima di sospetto" verso i media, specialmente durante lo svolgimento dei lavori istituzionali, è un atto che logora la fiducia tra istituzioni, stampa e società civile.
In solidarietà Ceccarelli ha voluto rivolgere il proprio pensiero ai cronisti presenti fisicamente in aula quel giorno. Vedere i professionisti dell'informazione attaccati globalmente proprio mentre svolgono il loro dovere di testimonianza all'interno della "casa dei cittadini" rende l'episodio ancor più viscerale e inaccettabile. Esiste una differenza ontologica tra il dissenso verso un articolo e il tentativo di delegittimare globalmente la funzione del testimone.
L'analisi di Ceccarelli si spinge oltre l'episodio aretino, individuando una tendenza politica preoccupante. Secondo il consigliere, non ci troviamo di fronte a una gaffe isolata, ma al sintomo di una cultura politica—identificata specificamente nella "destra", sia locale che nazionale—che vive il pluralismo con insofferenza. In questa visione, il controllo esercitato da una stampa indipendente non è percepito come un pilastro vitale della democrazia, bensì come un "fastidio" o un ostacolo all'esercizio del potere.
Il pluralismo non è un elemento decorativo della democrazia, ma il suo cuore pulsante. Una cultura politica che fatica ad accettare lo sguardo critico dell'informazione sta, di fatto, ammettendo una fragilità etica e democratica profonda.
Le parole pronunciate ad Arezzo hanno un peso che supera i confini comunali. L'invito rivolto da Marchini a Lucacci affinché riconsideri le proprie affermazioni è un atto di difesa della dignità professionale, ma anche un monito per tutto il corpo politico: la democrazia non sopravvive senza il rispetto per chi ne racconta le dinamiche.