Rubrica — Agroalimentare

Strage di pecore in Val d’Orcia

Cinghiale intrappolato da un laccio d'acciaio a Carmignano


Una mattanza senza fine. Pecore trovate morte, sgozzate, esanimi a terra: altre che hanno abortito per la grande paura. Una macabra scena che si ripete, ormai da troppo tempo. Questa volta è accaduto a due allevatori di Radicofani: in totale una decina le pecore morte ed altre disperse, per qualche migliaio di euro di danni, oltre alla mancata produzione di latte che le stesse pecore avrebbero prodotto durante l’anno. E in questo caso il danno economico sale velocemente. Gli allevatori assicurano che sia opera dei lupi, non di cani selvatici o di altri predatori. «Di fronte a questi ripetuti attacchi – afferma Luca Marcucci, presidente Cia Siena -, gli allevatori vedono messa a repentaglio la loro attività. Occorre insistere con azioni mirate a limitare la presenza dei lupi, canidi ed ibridi nelle nostre campagne. I nostri agricoltori ed allevatori non ce la fanno più, sono esasperati». «Ci vogliono interventi risolutivi – aggiunge Roberto Bartolini, direttore Cia Siena - per quello che ormai rappresenta una vera e propria piaga economica per il settore rurale. È urgente difendere il reddito degli agricoltori, messo a rischio dai predatori. Questa situazione sta creando un grosso danno all’economia del territorio. Le nostre aziende sono allo stremo, molte stanno chiudendo». 


ATTACCHI A RADICOFANI

 A Radicofani Claudio Ciacci - con il fratello Valentino – alleva mille capi da cui ricava il latte che va ad un caseificio con cui si produce il pecorino della Val d’Orcia. «Ho trovato tre pecore morte e due ferite, mentre altre a causa dello spavento hanno abortito. Anche lo scorso anno, abbiamo subito danni ai nostri allevamenti, non solo pecore ma anche vitelli». Il gregge si trova in un campo circondato da una recinzione di un metro e mezzo di altezza: «Sono sicuro che si tratti di lupi, sia per il morso netto con cui sono state uccise le pecore, sia per il pelo di lupo che ho ritrovato attaccato fra la rete della recinzione ed il filo spinato». A poca distanza situazione simile per Antonello Carrone (allevamento con 440 capi ovini) che ha trovato tre pecore morte, nei campi dell’azienda, ed altre cinque disperse, per un danno economico di oltre duemila euro fra il costo degli animali e la mancata produzione di latte. «E’ stato il lupo. Cani selvatici, che fra l’altro qui non esistono, non aggrediscono solo alla gola, ma sbranano interamente l’animale. Inoltre ho visto le impronte più volte». Fra l’altro Carrone ha fatto richiesta per poter installare la “rete antilupo” per una recinzione più idonea al pericolo: «Avrei avuto anche il finanziamento pubblico, ma sono stato fermato per il vincolo paesaggistico visto che la rete per difendere il mio gregge è considerata impattante per l’ambiente».

“AIUTATECI”

 «Situazione impossibile in questa zona – aggiunge Ciacci – così non si può più andare avanti; i lupi sono tutelati ma a noi allevatori non ci protegge nessuno. Fare reddito nelle nostre zone è diventato sempre più difficile, c’è solo la zootecnia. Non toglieteci anche questa possibilità». «Chiedo che venga fatto qualcosa – conclude Carrone -, ci sono più lupi che pecore, e fino a che non verrà attaccato l’uomo non si farà niente. La realtà è che il lupo è protetto, mentre il pastore e le pecore non lo sono. Ed io non posso pascolare nei miei campi».

Un cinghiale intrappolato in un laccio in cordino di acciaio

L'hanno trovato mercoeldì scorso gli agenti della Polizia provinciale a Carmignano, allertati da alcuni residenti della zona che avevano segnalato i lamenti di un animale. L'ennesimo episodio di bracconaggio, ma stavolta a lieto fine, perché il cavo è stato tranciato e il cinghiale liberato. “L'intervento è avvenuto nei giorni scorsi nel Comune di Carmignano, in una località che si chiama Poggio dei Colli – spiega il comandante Michele Pellegrini - All'interno di un'area boscata gli agenti hanno trovato un esemplare di cinghiale intrappolato in un mezzo vietato di cattura, appunto un laccio in cordino di acciaio”. Il laccio, di grosse dimensioni, appositamente predisposto per la cattura di fauna selvatica, era collocato nei pressi di un passaggio creato dagli animali e posizionato verticalmente con nodo tipo “cappio” in modo che all'arrivo del cinghiale si chiudesse e si avvolgesse intorno al corpo. Un rapido controllo della zona ha permesso subito di scoprire altri quattro lacci, anche questi in cordino di acciaio di grosse dimensioni, tutti predisposti per catturare selvaggina, in particolare ungulati come cinghiali e caprioli. I lacci sono stati rimossi e posti sotto sequestro penale. Questa attività infatti è illegale e prevede una sanzione penale con denuncia alla Procura della Repubblica per i reati di caccia con mezzi vietati e maltrattamento di animali. La Polizia provinciale ricorda che è vietata la semplice detenzione, anche senza utilizzo di qualsiasi mezzo di caccia illecito (trappole, tagliole, lacci, reti, ecc). Al momento le indagini proseguono alla ricerca del bracconiere che ha piazzato le trappole. Gli agenti ricordano la propria disponibilità a fornire informazioni e ricevere richieste e segnalazioni attraverso il numero di telefono 337-317977 o il sito internet della Provincia di Prato.

Redazione Nove da Firenze