Rivoluzione verde in Toscana: oltre la geotermia
Con il 51% del proprio fabbisogno elettrico coperto da fonti rinnovabili, la regione vanta un primato nazionale di cui il Presidente Giani va orgoglioso. Ma questa è, in larga misura, una "rendita di posizione" garantita dalla geotermia storica. Si tratta di un dato statico, destinato a una rapida "diluizione" nel momento in cui la transizione energetica entrerà nel vivo. La completa elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e dell'industria pesante richiederà infatti di raddoppiare o triplicare l'attuale produzione energetica. Rimanere ancorati ai successi del passato senza accelerare su nuove installazioni significa rassegnarsi a un declino tecnologico ed economico.
Il superamento dell'attuale stallo passa per un cambio di paradigma politico: la fine dell'era del "prendere o lasciare". Fino ad oggi, il rapporto tra sviluppatori privati e territorio è stato conflittuale, con progetti calati dall'alto che hanno trasformato le amministrazioni locali in osservatori passivi o in oppositori per principio. Questa dinamica è stata individuata come il principale collo di bottiglia per lo sviluppo delle rinnovabili.
La nuova visione regionale punta sulla "co-progettazione". L'ente pubblico riprende la regia, non limitandosi a subire le proposte ma pianificando attivamente dove e come gli impianti debbano essere realizzati. Questo include il coinvolgimento diretto del sistema delle imprese pubbliche regionali, chiamate a installare fotovoltaico sulle proprie strutture e proprietà, trasformando la pubblica amministrazione in un protagonista del mercato energetico.
"La prassi per cui i privati presentano progetti senza un preventivo confronto con l’ente pubblico, costringendo Regioni e Comuni a una funzione puramente passiva del tipo ‘prendere o lasciare’, rappresenta il modo peggiore per promuovere l'energia. L'obiettivo della Toscana è invece invertire questa rotta, promuovendo una reale co-progettazione tra ente pubblico e soggetti privati." dichiara Eugenio Giani.
L'analisi dei flussi autorizzativi in Toscana rivela una criticità sistemica: la Commissione di Valutazione di Impatto Ambientale regionale ha bocciato l'88% dei progetti presentati, con un record negativo per l'eolico, che ha visto respinti 8 progetti su 8. È un fallimento che stride con l'eccellenza regionale. Come sottolineato dall'appello di 120 scienziati, l'eolico è la tecnologia più efficiente e pulita a nostra disposizione, fondamentale per abbattere le bollette invernali grazie alla sua complementarietà con il solare.
Il paradosso toscano è evidente: mentre la regione cerca di posizionarsi come avanguardia mondiale inseguendo tecnologie sperimentali come l'ossicombustore di Peccioli — un prototipo ancora non consolidato a livello globale — mostra un timore irrazionale verso l'eolico e il fotovoltaico, che sono tecnologie sicure, mature e implementate con successo in tutto il pianeta. Il confronto sulle emissioni di CO2 per chilowattora (kWh) nel ciclo di vita non lascia spazio a interpretazioni:
- Energia Eolica: 11g di CO2 per kWh
- Energia Fotovoltaica: 28g di CO2 per kWh
- Gas Naturale: 450g di CO2 per kWh
Attualmente, l'eolico contribuisce solo per il 2% al mix elettrico regionale, a fronte di una media europea del 18%. È il segnale di un ritardo che non possiamo più permetterci.
Per uscire dall'impasse, la Regione sta definendo un'impalcatura normativa certa, basata sul Piano regionale di individuazione delle zone di accelerazione e sull'attuazione della Legge nazionale 4 del 2026. Il pilastro della strategia è la legge sui "siti idonei", che individua aree prive di vincoli ambientali o paesaggistici destinate alle installazioni.
Questo piano coinvolgerà direttamente 157 Comuni su 353, mettendo a disposizione una superficie utilizzabile pari al 3% del territorio regionale. Non si tratta di un'invasione di campo, ma di una pianificazione ordinata. Un emendamento cruciale concederà ai Comuni tre mesi di tempo per redigere un proprio documento di indirizzo: un'opportunità per i sindaci di passare da una posizione di difesa a una di gestione proattiva, decidendo consapevolmente il futuro energetico del proprio territorio ed eliminando le incertezze che alimentano paure irrazionali.
Il caso dell'impianto di Villore, nel Mugello, è emblematico della distanza tra narrativa ideologica e realtà dei fatti. Nonostante i tentativi di blocco, il Consiglio di Stato ha recentemente respinto nel merito i ricorsi, addebitando ai ricorrenti 16.000 euro di spese processuali. L'opposizione a oltranza non ha solo un costo economico per chi la promuove, ma un costo sociale per l'intera comunità: l'impianto di Villore è pronto a produrre 80 GWh all'anno di energia pulita per i prossimi trent'anni.
Inoltre, i fatti di cronaca hanno smontato il mito della pericolosità degli impianti per l'ecosistema. Lo scorso luglio, la presenza stessa del cantiere e dei suoi operatori è stata fondamentale per domare un incendio boschivo che avrebbe distrutto una superficie forestale immensamente superiore a quella occupata dai lavori.
Mauro Romanelli, tra i promotori dell'appello scientifico, ha sottolineato l'amarezza per questa resistenza anacronistica: "Dovremmo concentrare le energie contro l’inquinamento urbano, gli extra-profitti delle fonti fossili, le guerre legate al petrolio e la crisi climatica. Invece si chiede ai cittadini di finanziare ulteriori azioni contro le energie rinnovabili. Davvero profondamente triste."
La Toscana non può permettersi di essere il fanalino di coda della transizione energetica nazionale. La sfida non è solo tecnica, ma culturale: dobbiamo passare dalla cultura del sospetto alla pratica della co-progettazione. L'autonomia energetica e la riduzione strutturale dei costi in bolletta dipendono dalla nostra capacità di integrare tecnologie consolidate nel nostro paesaggio unico.