Ponte Nencioni: scoppia la polemica delle tre corsie

Redazione Nove da Firenze

L’ultima volta che Firenze ha posato un nuovo arco sopra l’Arno, l’Italia era un Paese diverso. Bisogna risalire alla metà degli anni Settanta per ritrovare l'ultima operazione di ricucitura tra le sponde urbane del fiume, con il raccordo e ponte all'Indiano. Oggi, dopo quasi mezzo secolo, l’inaugurazione del ponte dedicato a Caterina e Nadia Nencioni segna un momento di rottura storica: non è solo un’opera infrastrutturale, ma il tassello che promette di trasformare Firenze in una città interconnessa. Eppure, proprio mentre si celebra una nuova urbanistica, l’opera finisce sotto la lente d’ingrandimento per una serie di contraddizioni dei regolamenti tecnici.

Il ponte che unisce i rioni di Gavinana e Bellariva non è stato concepito solo come un passaggio per ferro e gomma. Al suono solenne delle chiarine, sabato scorso la delegazione istituzionale ha guidato una marcia partita da Gavinana per scoprire la targa dedicata a Caterina e Nadia Nencioni, le sorelline di nove anni e cinquanta giorni che persero la vita nella strage mafiosa di via dei Georgofili del 1993.

Tuttavia, anche in questo atto di alta civiltà non sono mancate le ombre: il metodo della scelta del nome, affidato a sondaggi su piattaforme private, ha sollevato dubbi sulla gestione della memoria istituzionale, vista da alcuni come una forma di partecipazione populista che rischia di sminuire la solennità del lutto nazionale. Nonostante ciò, l'impatto emotivo resta profondo. Come sottolineato durante la cerimonia, trasformare un'opera di mobilità in un monumento civile è un segnale di resilienza.

"Essere qui oggi è estremamente importante, così come lo è l'intitolazione del ponte a Nadia e Caterina Nencioni a 33 anni dalla strage di Via dei Georgofili. È un segnale importante, di una città che sceglie di non dimenticare un lutto, ma ricorda che quell’attentato è ancora una ferita aperta non solo per Firenze e per la Toscana, ma per tutto il Paese." ha detto Mia Diop, Vicepresidente della Regione Toscana.

Se il valore simbolico è saldo, è sul piano tecnico che l’esperto di mobilità nota le prime crepe. Il ponte vanta una larghezza generosa di 17,45 metri, una misura che sulla carta avrebbe permesso una separazione netta tra tutti i flussi. Invece, la scelta progettuale ha privilegiato il mantenimento di ben tre corsie carrabili destinate ai veicoli, sacrificando lo spazio per una pista ciclabile propria.

Il risultato è un percorso ciclo-pedonale "promiscuo": un unico marciapiede dove pedoni e ciclisti devono convivere. Questa soluzione è classificata dalle Linee Guida nazionali (DM 2 maggio 2022, n. 226) come la meno sicura. In presenza di pendenze, il rischio si trasforma in pericolo concreto: le biciclette in discesa acquistano velocità in modo silenzioso, diventando proiettili invisibili per i pedoni.

A questo si aggiunge un "buco nero" all'intersezione con via di Villamagna. Qui, i veicoli che svoltano a destra per immettersi sul ponte devono cedere la precedenza ai ciclisti in transito. Con i volumi di traffico attesi, questo nodo rischia di diventare un teatro costante di conflitti e collisioni, mettendo in discussione l’efficacia stessa della "mobilità dolce" tanto declamata.

L'inaugurazione, avvenuta "in pompa magna" per celebrare il progresso dei lavori della tramvia, ha mostrato anche il fianco scoperto di un cantiere ancora in divenire. Mentre le autorità tagliavano il nastro, l'opposizione puntava il dito contro la precarietà delle finiture.

Guglielmo Mossuto, capogruppo della Lega, ha descritto con toni preoccupati la sensazione di instabilità delle barriere laterali. Le recinzioni del bordo ponte, definite "traballanti", aprono un paradosso: può un ponte dedicato alla memoria di vittime della violenza ignorare il dovere basilare della sicurezza fisica dei suoi fruitori? Se la provvisorietà è una condizione inevitabile di un cantiere aperto, l'apertura al flusso pedonale richiede standard che vadano oltre la semplice estetica celebrativa.

"La nuova struttura... presenta delle potenziali criticità per pedoni e ciclisti. Infatti, le attuali barriere laterali appaiono scarsamente protettive e stabili, tanto che qualcuno potrebbe, addirittura, finire in acqua... Chiediamo, quindi, agli addetti ai lavori di verificare anche la stabilità di questi elementi che ci sembrano un po' troppo traballanti." afferma Guglielmo Mossuto, Capogruppo Lega in Consiglio comunale.

Nonostante le critiche, il Ponte Nencioni non può essere giudicato isolatamente. È il perno di un investimento regionale da 70 milioni di euro legato alla linea tramviaria per Bagno a Ripoli. L’opera si inserisce in un mosaico che comprende il sotto-attraversamento TAV, la stazione Foster e un sistema di interscambio ferro-gomma che punta a cambiare radicalmente il modo in cui fiorentini e pendolari vivono lo spazio pubblico.

L'obiettivo è ambizioso: rendere l'uso dell'auto privata una scelta secondaria rispetto a un sistema su ferro efficiente ed eco-sostenibile. In questo senso, il ponte rappresenta un punto di non ritorno, una scommessa sulla Firenze del futuro che non può permettersi di fallire.

Con la fine dei lavori complessivi fissata per ottobre 2026, la finestra di opportunità per correggere la rotta si sta chiudendo rapidamente. L’amministrazione si trova davanti a un bivio: mantenere l'attuale assetto, privilegiando le tre corsie per le auto, o ascoltare i rilievi tecnici e normativi per trasformare il ponte in un vero modello di mobilità sicura e separata.

Resta una domanda di fondo che interroga la politica urbana contemporanea: è preferibile consegnare alla città un’opera dal fortissimo impatto simbolico e monumentale, accettandone i compromessi tecnici, o è dovere di una "smart city" garantire che ogni metro di cemento rispetti i più alti standard di sicurezza per le utenze più deboli? Il ponte Nencioni è aperto, ma per renderlo davvero il ponte di tutti c'è ancora strada da fare.