​Gestione faunistica in Toscana: il piano 2026-2028

Redazione Nove da Firenze

Il patrimonio naturale di un territorio non è semplicemente una cornice estetica o una riserva di risorse da sfruttare; è un bene comune fondamentale, un pilastro della nostra identità e salute collettiva. Tuttavia, in Toscana, questo equilibrio appare oggi minacciato. Con la Delibera 564 dell'11 maggio 2026, la Giunta Regionale ha approvato il nuovo Protocollo per la gestione dei Cervidi e Bovidi per il triennio 2026-2028, scatenando un dibattito che vede contrapposti il mondo venatorio e i difensori della biodiversità. È possibile conciliare la sicurezza stradale e le necessità dell’agricoltura con la conservazione degli ecosistemi, o stiamo scivolando verso una gestione basata esclusivamente sul numero di abbattimenti?

Il cuore della critica mossa alla Regione riguarda la gestione delle cosiddette "aree non vocate", ovvero quelle porzioni di territorio in cui la presenza della fauna selvatica è considerata incompatibile con le attività umane. In queste zone, il nuovo piano non punta a un equilibrio, ma al completo annullamento delle popolazioni di caprioli, daini, cervi e mufloni. Si tratta di una strategia di eradicazione totale.

Questo approccio riduzionista trasforma la gestione del territorio in una mera operazione di pulizia. La differenza tra una gestione ecologica e un semplice contenimento numerico risiede proprio nella capacità di far coesistere le specie, anziché cancellarle dal paesaggio. Un piano di gestione triennale dovrebbe poggiare su fondamenta scientifiche granitiche. Invece, esponenti di Europa Verde Toscana e dell'Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), tra cui il deputato Filiberto Zaratti e i consiglieri regionali Diletta Fallani e Massimiliano Ghimenti, hanno sollevato dubbi sulla metodologia adottata. Il ricorso a "stime indirette" e dati non omogenei, in assenza di censimenti scientifici verificabili e aggiornati, rappresenta una falla metodologica.

Senza dati certi sulla dinamica di popolazione, fissare percentuali di prelievo per specifiche classi demografiche è un azzardo: il rischio è quello di causare un sovra-prelievo che potrebbe compromettere gli equilibri faunistici nel medio e lungo periodo. Un approccio serio richiederebbe monitoraggi indipendenti e un confronto costante con le università e gli enti di ricerca, garantendo che le decisioni non siano figlie di pressioni politiche ma di evidenze ecologiche.

La gestione della fauna non è un recinto isolato per specialisti o cacciatori; è una questione di rango costituzionale. Il recente Protocollo sembra ignorare il nuovo dettato dell’Articolo 9 della Costituzione Italiana, che eleva la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e della biodiversità a principio fondamentale della Repubblica. Questo significa che ogni legge regionale o delibera deve subordinare l'attività venatoria alla protezione superiore del patrimonio naturale. La fauna non appartiene a chi imbraccia il fucile, ma alla collettività e alle generazioni future. 

Questa tendenza non è passata inosservata a livello superiore: l’Unione Europea ha recentemente "smascherato" il Governo nazionale bocciando il DDL Caccia, segnale che le scorciatoie normative per favorire gli abbattimenti non reggono il vaglio comunitario. Europa Verde Toscana denuncia la mancata pubblicazione integrale dei pareri tecnici e degli indicatori scientifici che hanno portato alla stesura della Delibera 564. Perché i cittadini non possono consultare i dati che giustificano l'uccisione di migliaia di capi?