Cinta Senese DOP a rischio

Redazione Nove da Firenze

La Cinta Senese non è semplicemente un’eccellenza gastronomica: è l’icona vivente del paesaggio toscano, un frammento di storia che dai dipinti del Lorenzetti è giunto fino a noi. Oggi, però, questo legame millenario è appeso a un filo. L’avanzata della Peste Suina Africana ha trasformato la libertà dei suoi pascoli in una condanna. Proteggere la Cinta significa difendere un’identità fragile che non può essere rinchiusa in un capannone, ma che rischia di scomparire sotto il peso di un’emergenza sanitaria senza precedenti.

Allevare una Cinta Senese significa praticare l'elogio della lentezza. Mentre la suinicoltura industriale macella capi a 6 mesi, il disciplinare della DOP impone un'età media di 20 mesi. Questo tempo dilatato è il segreto della qualità delle carni, ma in epoca di pandemia si trasforma in una pericolosa "trappola statistica".

Ogni mese trascorso al pascolo, tra i boschi e le colline, aumenta esponenzialmente la finestra di rischio. Più l'animale vive all'aperto, più è probabile l'incontro con il virus veicolato dalla fauna selvatica. In un sistema industriale, il rischio viene "chiuso" in pochi mesi; qui, la qualità richiede un'esposizione prolungata che oggi rende questa razza il bersaglio perfetto per la PSA.

Il comparto della Cinta Senese DOP è una nicchia preziosa, ma strutturalmente vulnerabile. Al 31 dicembre 2025, i dati descrivono una filiera corta e iper-specializzata:

La fragilità risiede nella concentrazione: 52 dei 70 allevamenti riconosciuti dal sistema di controllo si trovano nelle province di Siena (24), Firenze (14) e Grosseto (14). Per queste aziende, la Cinta non è un'integrazione al reddito, ma l'unica attività. A differenza dei grandi gruppi industriali, questi produttori hanno zero diversificazione: un singolo focolaio non significa solo perdere i capi, ma decretare la fine immediata del marchio e della sussistenza di intere famiglie.

Il metodo di allevamento brado e semibrado è il cuore della DOP, ma oggi rappresenta il punto di rottura. Esiste un conflitto insanabile tra la tradizione — che vuole l'animale libero nei boschi — e la biosicurezza necessaria per fermare la PSA, trasmessa dai cinghiali.

Nonostante gli investimenti massicci in recinzioni e protocolli aziendali, la sfida si gioca fuori dai perimetri. Nelle aree marginali della Toscana, la separazione totale tra fauna selvatica e suini domestici è quasi impossibile.

«La Cinta Senese vive all’aperto, nei boschi e nei territori rurali della Toscana. È proprio questo legame con l’ambiente a renderla unica, ma oggi rappresenta anche un elemento di forte vulnerabilità. Un solo focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere irreversibilmente il patrimonio genetico della razza» dichiara Nicolò Savigni, Presidente del Consorzio di Tutela.

Esiste una soluzione tecnica per evitare l'estinzione: creare una "riserva genetica". Il Consorzio ha progettato un nucleo di riproduttori isolato — composto da 12-15 femmine e 3 maschi — da custodire in un sito blindato e ad altissima biosicurezza.

Tuttavia, siamo di fronte a un paradosso burocratico inaccettabile. Nonostante i sopralluoghi siano iniziati nell'agosto 2024, oggi, a luglio 2026, il progetto è ancora fermo nei cassetti delle istituzioni. Il "rimpallo" amministrativo tra enti ha impedito la formalizzazione del sito e l'istruttoria sanitaria. Mentre il virus corre, la politica cammina, mettendo a rischio decenni di selezione genetica che avevano riportato la Cinta dall'orlo dell'estinzione al successo mondiale.

L'emergenza è diventata realtà nelle stalle nell'ultimo mese. Non parliamo più solo di cinghiali: il virus ha compiuto il salto verso il suino domestico. I focolai di Comano e San Marcello Piteglio hanno portato all'abbattimento di centinaia di animali. Emblematico il caso di Sambuca, dove sono stati abbattuti 100 capi per sospetto legame epidemiologico.

La nomina di Giorgio Briganti a commissario straordinario e la creazione di una cabina di regia regionale sono passi necessari, ma tardivi. L'allarme di ARAT e del Consorzio è chiaro: se non si interviene ora con misure di protezione per gli allevamenti intesi come presìdi strategici, il danno sarà irreversibile.

«La perdita di questo patrimonio provocherebbe un danno irreversibile non soltanto agli allevatori e al territorio toscano, ma anche all’immagine e alla credibilità dell’intero sistema italiano delle DOP e IGP.» dichiara Cesare Baldrighi, Presidente di Origin Italia.

Dobbiamo essere chiari: la Peste Suina Africana non è una zoonosi e non rappresenta alcun rischio per la salute umana. La carne di Cinta Senese resta sicura ed eccellente. Tuttavia, il rischio è economico e culturale: lo stigma del virus può uccidere il mercato molto prima che la malattia colpisca l'animale. Gli allevatori di Cinta sono i custodi della biodiversità toscana e dei suoi boschi. Lasciarli soli significa condannare all'abbandono i territori marginali.