Caso Montedomini: le dimissioni di Emanuele Pellicanò
Dopo oltre un decennio, la guida tecnica di una delle istituzioni più antiche e simboliche di Firenze, l’ASP Montedomini, muta. Quello che la cronaca amministrativa registra come un avvicendamento burocratico tra le mura di Via de' Malcontenti si è rapidamente trasfigurato in un caso politico che interroga la natura stessa del potere locale. Da un lato, la fredda nota ufficiale del Consiglio di Amministrazione liquida la questione con un richiamo alla sfera personale; dall’altro, un dibattito consiliare vibrante suggerisce l’esistenza di una faglia profonda tra gestione tecnica e indirizzo politico. Sorge dunque un interrogativo che travalica la contingenza: l’uscita di Pellicanò è davvero l'epilogo di una crisi clinica o rappresenta il sacrificio tattico di un tecnico volto a preservare un consenso politico che dura da vent'anni?
I dati ufficiali segnano il perimetro della vicenda: dimissioni rassegnate il 18 agosto 2026 e accettate dal CdA nella seduta del 25 agosto. La motivazione è circoscritta a ragioni di salute, un elemento che ha imposto un doveroso silenzio rispettoso sulla vicenda umana, senza però anestetizzare l’analisi sulla portata politica dell’evento.
Come rilevato dal consigliere Alessandro Draghi (Fratelli d'Italia), Pellicanò ha occupato il vertice per oltre 11 anni. Nella pubblica amministrazione contemporanea, un decennio non è un semplice mandato; è una sedimentazione di potere. Undici anni significano aver attraversato quasi tre cicli sindacali, trasformando il Direttore Generale da mero esecutore a memoria storica e perno dell'intera architettura dell'ente. Un’era geologica in cui la figura tecnica finisce per coincidere con l'istituzione stessa, rendendo ogni distacco non una transizione, ma una rottura traumatica.
L’analisi condotta da Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) introduce un elemento di frizione istituzionale finora rimasto in ombra: il rischio di isolamento del tecnico nel momento in cui la pressione politica raggiunge il punto di ebollizione: "Prendiamo però atto del profondo isolamento in cui in queste settimane è emerso attorno al suo operato tecnico, frutto di una postura politica che non condividiamo, in cui non ci si assumono responsabilità ci si protegge dietro la funzione sociale di Montedomini e si cerca un capro espiatorio".
Pellicanò ha guidato Montedomini attraverso la tempesta della pandemia SARS-CoV-2 — che ha proiettato le RSA sotto un riflettore spietato — e ha gestito il delicato dialogo con i sindacati in un ecosistema dominato da appalti ed esternalizzazioni. Tuttavia, il tempismo delle dimissioni ha prodotto un cortocircuito procedurale: il Direttore non potrà essere audito dalla Commissione Controllo nell'immediato, sottraendo così alla verifica democratica un momento di confronto cruciale. Questa asimmetria informativa alimenta il sospetto di una tecnica lasciata sola a gestire le criticità operative per non intaccare i vertici decisionali.
La tesi del "capro espiatorio" sollevata dalle opposizioni di sinistra suggerisce una strategia di sopravvivenza istituzionale. La "postura politica" criticata da Palagi descrive l'utilizzo della funzione sociale di Montedomini come uno scudo morale dietro cui nascondere le responsabilità di una linea gestionale che non nasce oggi, ma che affonda le radici nelle amministrazioni Domenici, Renzi e Nardella.
Sacrificare il vertice tecnico diventa così lo strumento per proteggere l'immagine dell'ente ed evitare un processo alla storia politica degli ultimi vent'anni. È la gestione classica della crisi d'immagine: individuare un parafulmine tecnico per garantire la continuità di un sistema che non intende mettere in discussione le proprie scelte strategiche di lungo periodo.
Uno dei risvolti più inquietanti della vicenda riguarda la porosità dei confini tra pubblico e privato. Nel dibattito politico è emerso con forza il ruolo degli stakeholder, in particolare della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Il fatto che i vertici della Fondazione avessero già "auspicato" a mezzo stampa un cambio alla Direzione Generale settimane prima dell’atto ufficiale solleva interrogativi sulla reale autonomia amministrativa di un’azienda pubblica.
Quando un ente finanziatore, seppur prestigioso, è in grado di influenzare o anticipare il destino del management pubblico, si manifesta una tensione pericolosa per l'accountability democratica. La percezione è quella di una governance "ombra" che determina le traiettorie di potere cittadine al di fuori dei canali istituzionali canonici.
Per Fratelli d'Italia, focalizzarsi sulla sola figura di Pellicanò sarebbe un errore di prospettiva. La richiesta avanzata da Alessandro Draghi punta a una revisione radicale delle "regole del gioco": non basta un nuovo nome, serve modificare lo Statuto e il Regolamento dell'ente in collaborazione con le commissioni consiliari. Questa posizione suggerisce che l’impasse di Montedomini sia di natura architettonica: un sistema di regole obsoleto che non permette una gestione efficiente o trasparente, indipendentemente da chi siede alla scrivania del Direttore.
Mentre Emanuele Pellicanò affronta la sua sfida personale, accompagnato dagli auguri di pronta guarigione di tutto l'arco costituzionale, Montedomini si trova dinanzi a un interregno denso di incognite. La fine di questa lunga direzione tecnica non può risolversi in un semplice rimpasto di poltrone volto a garantire lo status quo.
La sfida per il futuro di Montedomini e del welfare fiorentino è tutta politica: chi avrà il coraggio di assumersi la responsabilità definitiva per il complesso e contestato sistema delle esternalizzazioni e della gestione delle RSA, ora che il paravento del "tecnico" è venuto meno?