Caso Montedomini: la richiesta di un Consiglio straordinario

Redazione Nove da Firenze

Un’eredità sociale secolare scambiata silenziosamente con le rendite del turismo, mentre Palazzo Vecchio sostiene di non essersi accorto di nulla. Firenze, la città che professa la lotta all'overtourism, si ritrova oggi al centro di un paradosso. Il Caso Montedomini non è una semplice svista burocratica, ma il riflesso di un sistema che ha trasformato un ente nato per l’assistenza ai più deboli in un attore del mercato extralberghiero. Com’è possibile che un patrimonio destinato ai poveri sia finito sui portali di prenotazione turistica?

Per secoli, lo statuto di Montedomini è stato una bussola etica: gli immobili dovevano servire solo a famiglie o persone a basso reddito. Questo vincolo plurisecolare non è svanito per inerzia. La "volontà politica" di cambiare rotta è scolpita in due atti precisi: le delibere del 10/12/2015 e del 27/12/2018.

In quel periodo, la governance del Comune di Firenze — che controlla l'ente nominando la maggioranza del CdA — faceva capo a Dario Nardella come Sindaco e Sara Funaro come Assessore al Welfare. Erano loro i referenti politici sovraordinati a Montedomini. È dunque impossibile derubricare la vicenda a "gestione autonoma": i vertici di Palazzo Vecchio sapevano della trasformazione della missione sociale in logica di profitto?

Mentre l'amministrazione comunale invoca restrizioni contro gli affitti brevi il Presidente di Montedomini, Luigi Frittelli, ha ammesso che i ricavi turistici sono "fondamentali per far quadrare il bilancio". È la stessa motivazione dei piccoli proprietari fiorentini che affittano per sopravvivere, con una differenza: i cittadini vengono puniti, l’ente pubblico si auto-assolve.

Per operazioni come il Cubo Nero o gli appartamenti in via Bufalini, Palazzo Vecchio ha applicato il principio di non-retroattività a favore di gruppi immobiliari. Perché lo stesso trattamento non è stato riservato alle persone in carne e ossa?

Secondo Paolo Bambagioni, Presidente della Commissione Controllo, Montedomini è solo il sintomo di una patologia più profonda: la mancata alternanza. La presenza perenne degli stessi nomi nelle posizioni apicali ha creato una rete di relazioni che sembra sfuggire persino al controllo degli eletti. Un’analisi condivisa pubblicamente anche dal Senatore Matteo Renzi, che ha segnalato il rischio di una dirigenza ormai autoreferenziale.

Questa "incrostazione" di potere è il vero ostacolo alla trasparenza. Quando gli stessi attori gestiscono il patrimonio pubblico per decenni, il confine tra interesse collettivo e conservazione del sistema si fa pericolosamente labile.

"Montedomini è solo la punta dell'iceberg? Ignorare questo significa non capire nulla della discussione scatenata dai fatti" dichiara Paolo Bambagioni

Il fallimento degli organi di vigilanza istituzionali è certificato da un dato di fatto: la verità non è emersa dagli uffici comunali, ma dalle indagini del Comitato Salviamo Firenze. È stato il civismo organizzato a smascherare l'anomalia, costringendo la Giunta Funaro e il Consiglio a una rincorsa dei fatti.

In questo scenario, la dirigenza di Montedomini non può invocare l'ignoranza. Ecco cosa la dirigenza non poteva non sapere:

La reazione delle opposizioni è stata compatta. Tutti i 15 consiglieri di minoranza hanno firmato l'istanza, basata sull'art. 48 del Regolamento, per convocare un Consiglio Comunale Straordinario. Non bastano più le audizioni: serve un atto di chiarezza davanti alla città.

Tiziana Nisini (Lega) è stata categorica: la Commissione Controllo non è stata sufficiente a fugare le ombre. L'istituzione di una Commissione d'indagine specifica è ormai vista come l'unico strumento per restituire dignità alle istituzioni. I cittadini chiedono che il Sindaco Funaro risponda in Aula, e non solo attraverso comunicati stampa o testate "amiche".

Il caso Montedomini è un "brutto incidente", ma potrebbe rappresentare il punto necessario per una revisione etica della gestione pubblica a Firenze.