Alzheimer: oltre l’isolamento della diagnosi

Redazione Nove da Firenze

Ricevere una diagnosi di Alzheimer trasforma profondamente il tessuto di una famiglia. Spesso, il primo sentimento a emergere è un senso di impotenza: un isolamento che colpisce non solo chi perde i propri ricordi, ma anche chi resta accanto a guardare. Tuttavia, nuove prospettive stanno emergere dalle iniziative di Figline e Incisa Valdarno e dai progetti nazionali promossi da Korian. L’obiettivo di questa analisi è distillare intuizioni concrete e percorsi innovativi per offrire una luce diversa sulla gestione della malattia, spostando finalmente il focus da ciò che è andato perduto a ciò che, con cura e attenzione, possiamo ancora ritrovare.

Uno dei risultati più sorprendenti del progetto "Catturare il presente quando il passato sfuma" riguarda la natura del gesto tecnico. Nato nel 2020 e oggi esteso a 40 RSA Korian in tutta Italia, questo laboratorio mette la fotografia digitale nelle mani di persone con demenza severa. La scoperta è dirompente: fotografare è un "gesto intuitivo" che risiede nella memoria corporea. Non richiede istruzioni complesse né competenze logiche; è un atto immediato che permette al paziente di interagire con il mondo sensibile. Anche quando la memoria cognitiva vacilla, la capacità di inquadrare e scattare resta intatta, aprendo una finestra inedita sulla percezione dell'ospite.

"Abbiamo scelto la fotografia perché fotografare è un gesto immediato e sicuro, che fa ancora parte della memoria corporea dei nostri ospiti. E perché ci aiuta a vedere attraverso i loro occhi." afferma Francesca Migliorati.

L’analisi degli scatti realizzati dagli ospiti ha svelato un dettaglio profondo: i pazienti non cercano spazi vuoti o oggetti inanimati. Il loro obiettivo punta quasi sempre sui volti di altri residenti e degli operatori. È la prova che il desiderio di connessione sociale sopravvive alla malattia. La vera minaccia non è il deficit di memoria, ma l’isolamento. Paradossalmente, l'assenza di queste immagini nelle mostre pubbliche (per ragioni di privacy) rappresenta la prova più tangibile del calore umano che ancora circola nelle strutture. Gli ospiti cercano l'altro. Sempre. La demenza non annulla il bisogno di alterità; lo rende solo più urgente.

I dati forniti da Federico Guidoni (Clariane Italia) su base Alzheimer Europe pongono l’Italia di fronte a un primato difficile: siamo il Paese UE con la più alta percentuale di persone con demenza. Parliamo di oltre 1.430.000 cittadini. Questa pressione demografica trasforma la malattia da fatto privato in emergenza pubblica. In questo contesto, iniziative diverse ma complementari diventano vitali: se da un lato Korian lavora sulla terapia espressiva a livello nazionale, dall'altro realtà come la Casa di Riposo "Fossombroni" ad Arezzo promuovono confronti istituzionali necessari (come il convegno "Alzheimer, vietato abbandonare le famiglie") per evitare che il peso della gestione quotidiana schiacci i caregiver.

Durante l'evento "Non ti scordar di me" a Figline, l'assessora Ilaria Mori e la dott.ssa Claudia Gatteschi hanno chiarito che il farmaco è solo una parte della soluzione. La roadmap della cura deve oggi poggiare su tre pilastri fondamentali, integrando linguaggi nuovi come il cinema. Un esempio è il corto "C’è da comprare il latte" di Pierfrancesco Bigazzi, che grazie alle interpretazioni di Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati, permette di sensibilizzare il pubblico sulla complessità della vita quotidiana, riducendo lo stigma sociale. Le tre dimensioni essenziali del supporto sono:

Il professor Marco Trabucchi lo afferma con chiarezza: "la demenza non cancella la vita". La scoperta cruciale risiede nella capacità degli operatori di incrociare lo scatto fotografico presente con l’anamnesi sociale del paziente. Analizzando la storia personale attraverso tre lenti specifiche — il lavoro svolto, i legami affettivi e le passioni di una vita — è possibile dare un significato a gesti che sembrerebbero casuali. Interpretare un’immagine alla luce del passato dell’autore permette di riconoscerne la soggettività residua, trasformando un frammento di memoria in un atto d'identità ancora vivo.

Le esperienze raccolte tra Figline e Incisa Valdarno e i progetti nazionali ci impongono un cambio di paradigma: smettere di misurare esclusivamente ciò che l’Alzheimer sottrae per iniziare a onorare ciò che è ancora presente. Attraverso la fotografia, il cinema e una rete di supporto multidisciplinare, è possibile mantenere vivo il filo dell'umanità.