Abitare: Palazzo Vecchio alimenta il sistema che dice di combattere
È possibile che una città impegnata in una crociata mediatica contro le piattaforme di affitto breve stia, nei fatti, agevolando la trasformazione del proprio patrimonio pubblico in alloggi turistici? A Firenze, la narrazione di Palazzo Vecchio sull’emergenza casa sembra scivolare su un paradosso sistemico: mentre la sindaca e la giunta puntano il dito contro i privati, i dati e le scelte amministrative rivelano una realtà di occasioni mancate e deroghe strutturali che trasformano il Comune nel principale "facilitatore" di quella rendita che dichiara di voler combattere.
L’incoerenza tra retorica e pratica trova un esempio lampante nel caso sollevato da Lorenzo Fagnoni, presidente di Property Managers Italia. Al centro della vicenda c’è il complesso immobiliare situato tra via Niccolò da Tolentino e via Arnoldi: 137 alloggi a canone calmierato, già realizzati con il contributo di risorse pubbliche. Recentemente, l’intero pacchetto è finito all’asta.
Dal punto di vista dell'analisi delle politiche urbane, questa non era solo un’asta, ma un’opportunità di "costo-opportunità" senza precedenti. Con un investimento di circa 6 milioni di euro — una cifra paragonabile a quella di piccoli interventi infrastrutturali — l’amministrazione avrebbe potuto blindare 137 appartamenti, garantendo stabilmente il diritto all’abitare a centinaia di cittadini. Invece, il Comune è rimasto a guardare, permettendo ai privati di aggiudicarsi gli immobili.
Questa inerzia stride violentemente con l’accanimento amministrativo verso gli affitti brevi, che mira a "liberare" con fatica poche decine di unità. Come sottolinea Fagnoni: “La giunta guarda alla pagliuzza e non vede la trave: limita un comparto economico come quello degli affitti turistici ma allo stesso tempo rinuncia anche a un’operazione che, con un investimento di circa sei milioni di euro, avrebbe consentito di mettere al sicuro 137 alloggi a canone calmierato.”
Se la vicenda di via Niccolò da Tolentino è una colpa per omissione, quanto sta emergendo sul patrimonio dell'ASP Montedomini somiglia a una strategia deliberata. Grazie alle rivelazioni di Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune), è emerso un meccanismo chirurgico di "deroghe" inserite nei bandi pubblici per immobili destinati teoricamente all’uso abitativo, ma consegnati di fatto al mercato extralberghiero.
Non si tratta di sviste isolate, ma di una sequenza cronologica che dimostra un metodo:
- 2022 (Via Guelfa 77): Inserimento di una clausola contrattuale che permette l’uso turistico nonostante la destinazione abitativa.
- 2023 (Via Guelfa 83): Un’intera palazzina di nove alloggi concessa in blocco e oggi gestita da un colosso europeo del settore ricettivo.
- 2025 (Via Guelfa 81): Due alloggi messi a bando come "uso abitativo" (determina n. 83 del 22 maggio 2025) ma già presenti sui portali Booking e Airbnb grazie alla medesima deroga.
Il confronto con il bando di via Maccari all'Isolotto, dove la clausola turistica è stata esplicitamente vietata, prova che l'amministrazione possiede gli strumenti normativi per tutelare la residenzialità. Se non lo fa in via Guelfa, è per una scelta politica: utilizzare il patrimonio abitativo per generare cassa, alimentando quello stesso overtourism che si definisce insostenibile.
L’apice di questo cortocircuito si tocca nel masterplan dell’ex caserma Lupi di Toscana, fiore all’occhiello delle politiche di social housing fiorentine. Qui, l’ironia diventa sistemica: il progetto prevede 236 alloggi a canone calmierato, ma la loro sostenibilità economica è garantita dalla previsione di migliaia di metri quadri di superficie turistico-ricettiva.
Ancora più emblematico è l’uso dei fondi pubblici PN Metro Plus per finanziare la bonifica dell’area. In sostanza, si usano risorse della collettività per preparare il terreno a un modello dove il "diritto alla casa" può esistere solo se sussidiato dalla rendita turistica. È un modello circolare perverso: si governa l'overtourism a parole, ma lo si implementa nei fatti come motore indispensabile per far quadrare i bilanci dell'edilizia sociale.
Mentre gli enti a nomina comunale come Montedomini cercano l'autofinanziamento tramite il turismo a causa del cronico definanziamento delle politiche abitative, le casse comunali scoppiano di entrate derivanti dalla tassa di soggiorno:
- 77 milioni di euro nel 2024.
- Oltre 80 milioni di euro previsti per il 2025.
Queste cifre, che rappresentano circa un decimo dell'intera spesa corrente della città, vengono reinvestite in trasporti, cultura, verde e promozione turistica. La quota destinata direttamente al recupero del patrimonio abitativo pubblico o al sostegno all’affitto per i residenti è pari a zero. È una scelta politica precisa che condanna il patrimonio pubblico al degrado, rendendo poi "inevitabile" la concessione di deroghe turistiche per coprire i costi di manutenzione.
La soluzione all'emergenza abitativa di Firenze non può passare per una guerra di posizione contro i piccoli proprietari se, allo stesso tempo, l'amministrazione si comporta come il più grande property manager della città. Per uscire dall'ipocrisia dei proclami, è necessaria un'inversione di rotta basata su dati certi e regole vincolanti.
Le proposte avanzate dalle opposizioni — come un censimento pubblico e analitico degli immobili degli enti comunali e la sottoscrizione di protocolli vincolanti con soggetti come l'Arcidiocesi, la Caritas e la Fondazione CR Firenze per mappare e destinare il patrimonio all'uso sociale — rappresentano la base minima per una politica seria. Senza una coerenza assoluta tra i bandi pubblici e la propaganda politica, la "crisi della casa" rimarrà solo uno slogan utile a coprire un sistema che ha già deciso di privilegiare il turista rispetto al cittadino.