IL GATTOPARDO al teatro Rifredi

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
06 marzo 2002 15:41
IL GATTOPARDO al teatro Rifredi

Da venerdì 8 a domenica 10, e da venerdì 15 e sabato 16 marzo 2002, (domenica ore 16.30), in prima nazionale Pupi e Fresedde/Dramma Italiano presentano "Le Fredde Stelle del GATTOPARDO", scrittura scenica di Angelo Savelli dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
UNA VERA E PROPRIA SFIDA QUELLA DEL REGISTA ANGELO SAVELLI: PORTARE IN SCENA UNO DEI GRANDI CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA DEL NOVECENTO; UN PERSONALE OMAGGIO A QUEL COMPLESSO, AVVINCENTE ROMANZO-CAPOLAVORO CHE E’ IL GATTOPARDO DI GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA.

E’ IL ROMANZO INFATTI IL VERO PROTAGONISTA DELLO SPETTACOLO, CON LE SUE MILLE SFACCETTATURE, LE INNUMEREVOLI INTERPRETAZIONI, I SUOI IMPAREGGIABILI MOMENTI DESCRITTIVI. L’ORIGINALITA’ DELLA SCRITTURA SCENICA DI SAVELLI CONSITE NEL RIMANERE FEDELE ALL’IMPIANTO NARRATIVO, NEL FAR PARLARE DI SE STESSA LA LETTERATURA A TEATRO.
“Il Gattopardo” è un capolavoro di tale altezza che per esso vale tutto ed il contrario di tutto. Se infatti è vero come affermava Lukacs che “Il Gattopardo” è l’unico grande romanzo storico italiano di livello europeo dopo “I promessi sposi”, tanto da giustificare pienamente la lettura orizzontale, ottocentesca, da grande affresco epocale alla Stendhal, del film di Luchino Visconti, allo stesso modo questo libro è a pieno titolo un’opera del Novecento che richiama alla mente Proust e Joyce per l’esasperata riduzione della realtà esteriore all’esperienza psicologica individuale del protagonista. Romanzo di destra per la collocazione programmatica dell’autore all’interno della classe aristocratica (di cui si vantava espressamente per differenziarsi dagli omologhi ma borghesissimi “I vicere” di De Roberto e “I Vecchi e i giovani” di Pirandello), ma romanzo di “sinistra” per la cruda oggettività con cui analizza i meccanismi storici di un capovolgimento di classe nell’epoca cruciale dell’Unità d’Italia Romanzo avvincentissimo da leggere tutto d’un fiato, eppure romanzo senza neanche un colpo di scena.

Anzi senza neanche un vero e proprio intreccio romanzesco, quanto piuttosto il tranquillo svolgimento di un “plot goldoniano” ormai quasi abusato: il rampollo di una squattrinata casata aristocratica conclude un matrimonio d’amore ed interesse con la figlia di un ricco borghese rampante. Ma nel raccontare questa ennesima storia d’amore ed interessi, l’io narrante del romanzo – che tende ad identificarsi quasi completamente con l’io del protagonista – fa largo uso del “senno di poi”, indicando continuamente gli esiti successivi delle azioni, dei comportamenti e dei destini dei personaggi.

In realtà questo è un abile procedimento epico, direi brechtiano (ampiamente biasimato dai primi critici dell’opera), che, svelando da subito al lettore la conclusione dei fatti e l’esito delle esistenze, lo costringe a concentrarsi suoi modi ed i dettagli con cui essi avvengono. Così al di là delle frasi pronunciate dai personaggi, assume un valore fondamentale proprio quell’insieme delle continue e impietose riflessioni dell’autore/narratore che si sviluppano intorno a quelle frasi ed a quelle azioni.

Per questo abbiamo ritenuto assolutamente improponibile una riduzione del romanzo che si basasse solo sui dialoghi dei protagonisti. Ne sarebbe risultato una sorta di sceneggiato televisivo che avrebbe lasciato a casa la bellezza e la crudeltà della scrittura di Tomasi di Lampedusa. Mettendoci nell’ottica del romanzo sperimentale novecentesco abbiamo quindi rinunciato alla tradizionale categoria di “personaggio teatrale” e, con un procedimento già sperimentato nelle riduzioni sceniche de “L’Orlando furioso” e de “I promessi sposi”, abbiamo fatto libero uso di linguaggio diretto ed indiretto rendendo psicologici ed epici al tempo stesso i protagonisti e utilizzando, al posto di una lettura orizzontale, una struttura narrativa a scatole cinesi tutta ruotante intorno all’immagine/metafora dell’osservatorio astronomico, doppiata nel secondo tempo dall’immagine del ballo, visto come una grande rotazione musicale dei pianeti .

Al centro di tutta questa cosmologia sta il protagonista, personaggio veramente nuovo ed unico nella narrativa europea soprattutto per la curiosa duplicità del suo carattere. Per metà siciliano e per metà tedesco, è un uomo giovane e forte ma con una spiccata sensibilità decadente; è un maturo padre di sette figli ma con l’amletica coscienza di un adolescente; è un uomo affascinate ed ironico ma che incute soggezione e diffidenza. Sensuale e passionale, eppure egli raggela tutto intorno a se, spengendo il calore degli affetti nella fredda consapevolezza della loro caducità.

Egli trova una muta e fedele compagnia nell’affettuoso cane Bendicò, anche lui “ come le stelle, felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia”. Ed è proprio il corpo imbalsamato di Bendicò che chiude questa “siderale” vicenda, quando, venticinque anni dopo la morte del principe, con un gesto liberatorio dell’infelice figlia Concetta, verrà gettato dalla finestra nella spazzatura e per un attimo sembrerà librarsi nell’aria come un “gattopardo danzante”.

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