Valore della democrazia: una civile discussione
di Filippo Boretti
«Siamo ancora innamorati della democrazia?», domanda Salvatore Calleri su queste pagine. Una settimana fa ci invitava a riflettere su ciò che accade quando la democrazia smette di produrre benessere. Gli avevo risposto che rischia di perdere anche la capacità di difendersi, mentre si indeboliscono la responsabilità civile e la base produttiva che rende concretamente esercitabili molti diritti. Ieri, Salvatore compie un passo ulteriore: interroga il futuro tecnologico e richiama il socialismo liberale di Carlo Rosselli.
Bene, vorrei continuare questo dialogo a distanza portando due riferimenti che appartengono profondamente alla mia formazione: Benedetto Croce e Luigi Einaudi.
Siamo quasi coetanei. Ci riconosciamo, con sensibilità diverse, in una cultura della libertà. Salvatore muove da un orizzonte socialista liberale; io da una sensibilità conservatrice e liberale. Possiamo discutere delle risposte perché condividiamo qualcosa che viene prima: nessuno possiede il diritto di imporre agli altri una verità politica definitiva.È qui che incontro Croce. La sua idea della libertà come principio morale impedisce di considerarla un bene acquisito una volta per tutte.
Ogni generazione deve riconoscerla, esercitarla, difenderla. Anche contro la tentazione di consegnarsi a chi promette di risolvere ogni difficoltà chiedendo, in cambio, obbedienza. Il benessere conta enormemente. Ma la libertà deve valere anche quando attraversiamo una crisi. Se la difendessimo soltanto finché produce prosperità, finiremmo per concedere una giustificazione a ogni autoritarismo capace di promettere crescita e ordine.Con Einaudi questa riflessione incontra le condizioni materiali della vita.
Chi dipende interamente dalla benevolenza di un potere, pubblico o privato, dispone di un’autonomia fragile. Il lavoro, il risparmio, la possibilità di intraprendere e di scegliere hanno dunque un valore civile, oltre che economico. Einaudi affrontava la disuguaglianza nei punti di partenza e combatteva i privilegi del monopolio. Il suo liberalismo ci chiede di distinguere il guadagno ottenuto producendo e competendo dalla rendita di chi può impedire agli altri di entrare nella competizione.
Per questo il richiamo alla giustizia sociale di Rosselli può incontrare una risposta liberale altrettanto esigente. Scuola, accesso alle opportunità, concorrenza, tutela di chi attraversa una difficoltà: sono condizioni che permettono alle persone di reggersi sulle proprie gambe. Una politica liberale dovrebbe essere giudicata anche da quante dipendenze riesce a ridurre.È un criterio che diventa decisivo davanti all’intelligenza artificiale.
Calleri prospetta possibilità opposte: una tecnologia capace di liberare tempo e risorse oppure una concentrazione della ricchezza e del comando nelle mani di pochissimi. Il futuro rimane aperto. Proprio per questo dobbiamo occuparcene politicamente. Chi controlla dati, infrastrutture e accesso alla conoscenza può condizionare la vita collettiva. Se a questa forza economica si unisse la capacità di orientare il dibattito pubblico e sottrarsi a ogni responsabilità, avremmo un problema pienamente liberale.L’efficienza di una tecnologia non attribuisce a chi la possiede il diritto di governare.
Una decisione può essere tecnicamente sofisticata e politicamente inaccettabile. Deve poter essere discussa, contestata e, quando incide sui diritti, sottoposta a controllo. La risposta richiede istituzioni competenti, concorrenza effettiva, ricerca, formazione e responsabilità riconoscibili. Richiede anche una società capace di usare gli strumenti tecnologici conservando la facoltà di giudicare.
Qui torna l’Europa o, meglio, la difesa delle nostre democrazie liberali.
Salvatore guarda agli Stati Uniti d’Europa, già evocati nel suo precedente intervento. Einaudi era convintamente federalista, e sarebbe scorretto arruolarlo in una prospettiva confederale. La mia preferenza resta per un’unione di nazioni libere, con competenze comuni definite e controllabili, rispettosa delle identità storiche e delle autonomie.Guardo però con profondo interesse alla Svizzera, interesse che condivido con Salvatore, sapendo che è uno Stato federale dal 1848. Mi interessano la distribuzione del potere, la responsabilità dei diversi livelli di governo e la partecipazione dei cittadini.
È su questi elementi che dovremmo misurare il progetto europeo dell’Unione Europea e la sua capacità di difendere le nostre democrazie liberali.Difesa, ricerca, infrastrutture strategiche e capacità di fronteggiare grandi concentrazioni economiche richiedono una forza comune. Anche la sostenibilità dello Stato sociale dipende dalla nostra capacità di produrre ricchezza, premiare il lavoro e tenere insieme diritti e doveri. Abbiamo moltiplicato le pretese, troppo spesso dimenticando le responsabilità e chi sostiene il costo delle promesse.
Una società libera deve proteggere chi ha bisogno e chiedere a chi può di contribuire.Ma ogni potere attribuito all’Europa deve avere una legittimazione democratica chiara, limiti e responsabilità. I cittadini devono sapere chi decide, poterlo controllare e poterne cambiare l’indirizzo. L’Europa unita che vogliamo costruire deve rispondere fino in fondo a questo criterio: democratica nel governo, anzi nei governi sussidiari, liberale nelle garanzie.Croce ed Einaudi venivano dalla tradizione liberale dell’Italia risorgimentale.
Le loro preferenze monarchiche non impedirono di riconoscere il verdetto democratico e di contribuire alla vita della Repubblica. Quella radice mi interessa per la cultura costituzionale che esprime: istituzioni al servizio della libertà, continuità dello Stato, rispetto delle regole anche quando l’esito ci dispiace.
Salvatore richiama Rosselli. Io aggiungo Croce ed Einaudi. Le differenze rimangono e meritano di essere discusse. È precisamente ciò che una democrazia dovrebbe rendere possibile.
Nel precedente intervento scrivevo che la democrazia muore quando smettiamo di difenderla. Oggi aggiungo che si svuota quando ci abituiamo a vivere da dipendenti di poteri che non possiamo controllare. Il benessere deve rendere le persone più autonome. Il progresso deve accrescerne le possibilità. E la politica deve rispondere di entrambe le cose. Una democrazia può dirsi viva finché i cittadini conservano il potere di dire di no. Anche a chi promette di renderli felici. E senza un’Europa unita, noi tutti, nazioni e cittadini europei, rischiamo di soccombere a quei totalitarismi che cambiano volto, ma non rinunciano mai alla pretesa di decidere al posto nostro.
Ma restiamo italiani. L’Italia, come le altre nazioni europee, vive di una propria storia, di una cultura e di un’identità politica. L’Europa sarà più forte se saprà custodire questa pluralità e darle una forza comune. Anche un progetto nato per difendere la libertà deve rispettare il diritto dei popoli a riconoscersi nella propria storia e a decidere del proprio futuro.