TPL: il rincaro del 18%, più costi, meno investimenti

Redazione Nove da Firenze

Alla stazione di Santa Maria Novella il termometro segna temperature impietose e l'asfalto ribolle. Per le centinaia di pendolari e turisti in attesa di un bus o della tramvia, il disagio è doppio: non solo mancano le pensiline per ripararsi dal sole cocente, ma si sta per abbattere su di loro una "sorpresa" economica di cui molti sono ancora ignari. Mentre i consiglieri regionali di Fratelli d’Italia promuovono una raccolta firme tra la folla sudata, emerge una realtà sconcertante: la comunicazione istituzionale ha fallito nel preparare i cittadini al "balzello" che scatterà il prossimo 1° agosto. Non è solo una questione di comfort mancato; è l'inizio di una stagione di rincari che sembra ignorare totalmente la qualità – spesso scadente – del servizio offerto.

Dal 1° agosto, il biglietto singolo passerà da 1,70€ a 2,00€. Un aumento netto del 18% che ricadrà sulle spalle di chi già combatte quotidianamente con ritardi cronici, corse saltate e mezzi sovraffollati. Come analista, è impossibile non notare il fallimento politico di una Regione che avalla un incremento tariffario così pesante a fronte di un immobilismo industriale evidente. La "gabella" appare ancora più ingiusta se si considera che l'azienda francese che gestisce il servizio non ha messo in campo gli investimenti promessi.

"Non ci fermiamo perché si tratta di un aumento ingiustificato a fronte di servizi di trasporto scadenti: ritardi, corse saltate, mezzi iper affollati non giustificano un aumento di circa il 18% del prezzo del biglietto. A fronte, inoltre, di nessun investimento e nessun miglioramento del servizio da parte dell’azienda francese. Una gabella che rappresenta la fotografia di una situazione chiaramente sfuggita di mano a Firenze come nel resto della Toscana" dichiarano Jacopo Cellai, Claudio Gemelli e Matteo Zoppini, Consiglieri regionali Fratelli d’Italia).

Alzare i prezzi senza pretendere efficienza non è una strategia di mobilità, è una resa. Quando un’amministrazione permette rincari senza garanzie di miglioramento strutturale, mina alla base il patto di fiducia con l'utente e scoraggia l'uso del mezzo pubblico.

Il sistema del Trasporto Pubblico Locale in Toscana si regge su un equilibrio economico che definire inefficiente è un eufemismo. I dati tecnici forniti dal Movimento 5 Stelle mettono a nudo una verità che ogni contribuente dovrebbe conoscere:

Qui risiede il vero paradosso. Poiché il sistema è già finanziato per oltre due terzi dalle tasse, l'aumento del biglietto significa che il cittadino toscano è chiamato a pagare due volte per lo stesso fallimento: prima come contribuente e poi come utente. Aumentare la pressione sulla bigliettazione senza una revisione profonda del modello di spesa è un palliativo che non risolve il deficit di efficienza di un sistema che drena centinaia di milioni di euro pubblici.

La crisi della mobilità toscana non è solo economica, è una crisi di governance. Il contratto di servizio attuale contiene una falla logica insostenibile, cristallizzata negli articoli 30 e 31. Il sistema si basa infatti su una sorta di "autocertificazione": è l'azienda stessa a valutare la qualità del proprio operato tramite indagini campionarie interne.

«Nell’immediato servono controlli reali sul rispetto del contratto di servizio, superando una sorta di “autocertificazione” che l’azienda fa attraverso indagini campionarie e introducendo verifiche certificate sugli standard del servizio erogato» affermano Luca Rossi Romanelli e Irene Galletti, Consiglieri regionali Movimento 5 Stelle.

In qualsiasi settore industriale serio, il controllore e il controllato sono soggetti distinti. In Toscana, invece, abbiamo affidato le chiavi della verifica a chi ha tutto l'interesse a dimostrare che il servizio funzioni, ignorando la realtà dei fatti vissuta quotidianamente sui marciapiedi delle stazioni.

L'aspetto più preoccupante per il futuro della regione è l'immobilismo forzato generato dalla "Gara Unica". Accorpando l'intero bacino regionale in un unico, mastodontico contratto, la Regione ha di fatto eliminato la concorrenza, un'anomalia già segnalata dall'Antitrust. Il risultato? Un monopolio che scadrà solo nel 2032.

Siamo ostaggi di un modello che impedisce la flessibilità. Fino ad allora, obiettivi cruciali come la transizione verso una flotta elettrica o il ribilanciamento tra linee forti (urbane) e deboli (periferiche) rischiano di rimanere sulla carta. Senza una pressione competitiva o una governance che imponga investimenti reali, la Toscana rischia di restare ferma a guardare il resto d'Europa correre verso la modernità, mentre i suoi mezzi restano bloccati nel traffico di una gestione obsoleta.

La mobilità in Toscana è oggi un mix tossico di opacità nei controlli, costi crescenti per le famiglie e una governance che ha perso il contatto con la realtà. Non si può chiedere ai cittadini di finanziare con rincari e tasse un sistema che non è in grado di garantire nemmeno una pensilina sotto cui ripararsi durante l'attesa.